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VIA DEL TOGN – SASSO DEI CARBONARI      

sabato 10 settembre ‘16


Ho una fame irrefrenabile di caianesimo: bramo i chiodi, voglio tirare l’erba e districarmi per diedri, placche e camini. Logico quindi che quando il Jag mi propone il Sasso dei Carbonari, si accende una scintilla: ottengo il permesso di Micol (forse più facile che mangiare un misero bicchierino di gelato) e sono così della partita.

Quando lasciamo l’auto, è praticamente già buio e ben presto la luce da stadio portatile del Jag rischiara l’arcinoto sentiero per il Bietti come se avessi alle spalle un autotreno intento ad abbagliarmi! Intanto il rifugio si avvicina più rapidamente di quanto pensassi anche se ad anticiparcelo abbondantemente, ci pensa il latrare di una coppia di cani evidentemente avvisati dal nostro puzzo, cosicché affronto gli ultimi metri con la stessa carica di tensione della scena del bimbo col triciclo di Shining. Intanto il baccano ha tirato fuori dall’edificio i gestori permettendoci quindi, dopo un rapido saluto, di passare rapidamente oltre mettendo in salvo le nostre succose chiappe dalle fauci delle belve (in realtà due topi un po’ cresciuti) per proseguire alla bocchetta di val Cassina. Finalmente verso le 22:30 posso infilarmi nel sacco e abbandonarmi tra le braccia di Morfeo: la piccola conca in cui sono andato a infilarmi è un giaciglio a cinque stelle tanto che mi sparo una ronfata degno di un re ma che, di contro, produce un segare di legna che, a detta del Jag, lo tiene sveglio per gran parte della notte! Beato lui che ha potuto godere della magnificenza della volta celeste!

Quando suona la sveglia alle 5:30 il cielo è ancora coperto di inchiostro. Non ho alcuna intenzione di sfilarmi dal calduccio del sacco e catapultarmi nell’umidità notturna ma il dovere chiama: d’altra parte siamo venuti per soffrire e non per giocare! Dopo un tempo infinitamente lungo, quasi certamente in grado di battere i preparativi di Micol in una mattina lavorativa, finalmente ci avviamo giù per la stretta val Cassina. Arriviamo così ai prati sotto le pareti per poi inventarci un percorso basato sule mie conoscenze del Sengg e, soprattutto, su quanto dice la relazione per poi scoprire che qualche volenteroso giardiniere ha tagliato i prati formando delle comode tracce che salgono dal sentiero dell’Elisa verso i vari attacchi! Ci portiamo quindi alla nostra porzione di parete per poi iniziare a indovinare dove possa iniziare la via: “certamente sale da lì! Lo vedi il netto diedro obliquo? E la facile placca sulla destra?”. Quando però siamo sotto la presunta partenza, diventa chiaro che le cose non stiano così: il diedro non sembra per nulla facile mentre la placca è in realtà un muro ripido e compatto! Ci ricordiamo di dover stare sul classico e quindi, spostatici poco più a destra e doppiato uno spigolo, scoviamo un bel diedro. In realtà, la definizione calza a pennello solo dal punto di vista geometrico perchè, effettivamente, la struttura sembra tagliata col coltello ma per il resto si tratta di un accozzaglia di pietre tenute insieme da zolle d’erba e terra! La manna del caiano! Non ho capito bene il motivo ma alla fine tocca a me partire: così, stando almeno alla relazione, dovrei evitarmi i due tiri sul limite umano ma intanto tocca al sottoscritto battezzare la parete! Mi alzo con calma e delicatezza cercando di verificare prese e appoggi fino ad individuare un bel chiodo rosso: il segnale non fa altro che confermarmi di essere sul percorso giusto. Lo raggiungo ma, con amara sorpresa, ci scovo attaccato un moschettone che potrebbe aver partecipato alla spedizione di Cassin al Denali-McKinley! Ne deduco quindi che quello sia un evidente segno di ritirata (elementare Watson!) e, dopo un accurato studio del passaggio, proseguo verso l’alto. Il diedro poi sostanzialmente finisce: mi sposto più a sinistra e continuo a salire per facili placche erbose senza tra l’altro riuscire a integrare le protezioni. Se un appoggio dovesse sbriciolarsi sotto le scarpette, proverei le emozioni di Icaro con probabili analoghe conseguenze! Poi il Jag mi annuncia che la corda sta per terminare: torno indietro di qualche metro e, presso una specie di piccola nicchia, allestisco la prima sosta. Mentre recupero l’amico, non mi perdo in fandonie e inizio a studiare la relazione e la parete scoprendo che a volte è meglio restare ignoranti! La descrizione infatti non torna per nulla! Attendo il Jag e poi gli annuncio la sconfortante scoperta. D’altra parte, ci pare piuttosto strano essere fuori via così proviamo ad approfondire nuovamente la lezione dando un occhio anche alle descrizioni dei tiri successivi. In effetti ora, viste nel loro insieme, relazione e parete iniziano a tornare: una decina di metri sopra di noi c’è un muro giallo, poi un tettino che forma una specie di nicchia e quindi l’inconfondibile placca nera che traversa sotto un tetto marcato. Peccato solo che le distanze segnalate sulla guida devono essere state prese col centimetro perchè, si e no, avremo di fronte un paio di lunghezze contro le tre indicate per uscire dalla placca! Lanciamo quindi le prime invettive e poi il Jag parte. Se il mio tiro non era certo compatto, questo a tratti è decisamente marcio! Il muro giallo infatti sta insieme come un muretto a secco in totale rispetto del detto “roccia gialla, cattivo presagio!”. Fortuna vuole che l’amico scova un chiodo e, poco sopra, riesce anche a piazzare un buon friend prima di raggiungere finalmente il tratto finale dove gli avari muratori hanno finalmente deciso di utilizzare un po’ di intonaco. Quando raggiungo la sosta, un brivido gelato mi passa lungo la schiena: il chiodo a cui siamo assicurati sarà pur buono ma resta comunque una sola protezione! Anche sulla torre Crisalva credevo che la protezione fosse ben salda, solo che a lei nessuno l’aveva mai detto e sappiamo bene che fine ho poi fatto!

Così, tranquillo come quando il professore di filosofia scorreva con il dito il registro per scegliere la vittima sacrificale per l’interrogazione, inizio il mio tiro sotto il tetto. Piazzo subito uno 0,3 proprio nell’unico buco decente disponibile: spero che le suole siano ben consce delle scoperte di Newton e finalmente raggiungo una presa degna di tal nome. Poco sopra piazzo il classico friend a prova di bomba e finalmente sono dell’umore giusto per proseguire. La cavalcata è comunque breve, giusto i metri necessari per passare oltre il tetto e arrivare al punto di sosta. Metto insieme qualcosa che dovrebbe garantirci sicurezza ma in realtà mi pare di essere legato ad una fila di cristalli così, solo quando il Jag parte nuovamente verso l’alto riesco a tirare un sospiro di sollievo.

Quando raggiungo l’amico, è chiaro che siamo in linea con quanto descritto dalla relazione che però a quel punto si fa quanto meno enigmatica: sembra che da queste parti passi la Panzeri ‘34 che taglia poi verso sinistra e, in effetti, da quelle parti non facciamo fatica a scorgere un vecchio cordone di sosta. Noi invece, dopo aver piegato un po’ a sinistra, dovremmo salire diritti e tornare verso destra sulla verticale della sosta di partenza. Questo è almeno ciò che ci pare di capire tra schizzo e descrizione. Con questa idea in testa, inizio quindi la mia scalata che però si trasforma ben presto nella risalita di un ripido canale con zolle erbose di primissima qualità! Arrivo così sopra un pulpito, in mezzo al pilone su cui stiamo salendo e decido di allestire la sosta senza riuscire ancora a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle: non ci resta quindi che toglierci ogni dubbio puntando ancora una volta verso l’alto. In realtà, piano piano e senza accorgercene, stiamo facendo la fine delle uova a Pamplona! Riprendo a salire con l’apparente positiva notizia che il Jag ha scovato ben due chiodi lungo il suo tiro: il primo probabilmente appartenuto a Piaz e il secondo a Messner! Quando raggiungo la prima protezione, il castello di speranze inizia a cedere: teoricamente non dovrebbero esserci vie così vecchie da queste parti! Subito però il rinforzo ingannatore arriva in mio soccorso: forse si tratta solo di un antichissimo tentativo! Già: è bello scoprire come la mente umana si diverta a prendersi gioco di noi; peccato solo che nella merda ci stia sprofondando anche lei! Il secondo chiodo fornisce poi l’alibi perfetto ma, una volta raggiunta la sosta del Jag, anche questo si volatilizza quasi all’istante. Nessuna placca e tanto meno alcun diedro valutabile sul V ci accolgono a braccia aperte: davanti a noi abbiamo solo pareti verticali, diedri della morte e un paio di fessurine oblique e marce che vanno a scontrarsi sotto un piccolo tettino. Tenterò per una delle due, sperando poi che sopra la situazione migliori. Con una certa titubanza e motivato dall’idea che forse più in su riusciremo a schiarici la situazione, mi avvicino alla prescelta. Piazzo un bel friend ma il briciolo di speranza svanisce fagocitato da una roccia da un lato compatta e verticale e, dall’altro, tenuta insieme non si sa bene da quale forza fisica. Possibilità per piazzare ulteriori protezioni non ne vedo e, dopo un paio di tentativi, lascio libero sfogo al mio lato codardo e ritorno alla sosta. Ci prova il Jag ma anche lui arriva alla mia stessa conclusione: da lì non si passa! È chiaro che la relazione ci ha portato fuori via ma probabilmente non siamo stati gli unici a farci beffare dagli errori della guida: pochi metri più a destra infatti troneggia una bella e recente sosta di calata. Così, maledicendo gli autori della relazione, iniziamo a provare a toglierci dagli impicci: fatta la frittata, dobbiamo evitare a tutti i costi di farla bruciare! Certo che aver letto che “la discesa lungo la via non è banale” non aiuta granchè nell’affrontare la situazione! Fortuna vuole che il Jag mostri una buona dose di spavalderia, forte anche dei numerosi chiodi che abbiamo a disposizione, mentre il sottoscritto deve ancora imparare a sopportare l’incognita discesa, d’altra parte uno degli ingredienti principi del caianesimo extreme. Ci caliamo quindi dalla sosta e poi da un bell’albero fino a raggiungere un grosso cengione erboso lungo il quale speriamo di riuscire a tornare alla base della parete. Mi lascio convincere dallo sterco di camoscio senza dare peso alle immagini di animali abbarbicati su posti impossibili e, con un certo sollievo, inizio quindi a percorrere il lungo prato. Alla peggio, abbiamo i chiodi! Certo: l’importante è auto convincersi! Non scorgiamo però altri segni di salvezza fino a quando doppiamo una specie di crinale oltre il quale diventa evidente che da lì potremo facilmente tornare sotto l’attacco: a quel punto ho la stessa sensazione che si prova dopo una scarica post mal di pancia! Mi sento libero e leggero, pronto ad affrontare in salita per l’ennesima volta (meglio non contarne il numero) la faticosa val Cassina!

Qui potrebbe terminare l’avventura, con una ridente scampagnata lungo un sentiero verticale e poi orizzontale tendente all’infinito. Invece, l’epilogo ha uno sviluppo un po’ diverso: stiamo infatti attraversando sul sentiero sotto la parete quando una prima goccia viene a bagnarmi il naso; sarà forse il refluo di qualche uccello? Alzo lo sguardo ma non vedo nulla mentre, in compenso, bastano pochi minuti perchè la situazioni diventi chiara: ci mancava pure la piovuta fantozziana! Così mentre le crode si bagnano insieme ai nostri capelli e zaini, iniziamo un pizzico a ringraziare gli errori della guida: altrimenti ora ci saremmo trovati in una situazione ben diversa e con un’altra storia da raccontare!


Cavallo Goloso


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