SPIGOLO DEI COMASCHI CON VARIANTE INIZIALE – CAVALCORTO      

RACCONTO

SPIGOLO DEI COMASCHI CON VARIANTE INIZIALE – CAVALCORTO


sabato 10 giugno ‘17


Devo avere un particolare ascendente su Walter perchè riesco sempre a convincerlo a seguirmi su qualche ravanata dagli esiti incerti. Questa volta è bastato un rapido incontro in falesia e la foto della relazione insieme all’assicurazione che “questa volta la salita sarà tranquilla!” per trovarci con gli zaini in procinto di esplodere a sudare su per la val del Ferro. Probabilmente, in realtà, l’amico è semplicemente caduto nella mia stessa inguaribile malattia che porta a situazioni sgradevoli su staffe, protezioni di dubbia tenuta, erba ma soprattutto a infilarsi su per camini stitici. Per di più credo che dopo Hemmental Strasse, qualsiasi sano di mente si sarebbe tenuto lontano dal sottoscritto per un lungo periodo mentre, evidentemente, il Walter deve aver raggiunto lo stadio cronico di non ritorno della caianite acuta! C’è poi da aggiungere che riesco a rendere interessante l’intera avventura per un folle al par mio aggiungendo il bivacco all’addiaccio con tanto di cena a base dell’immancabile risotto. Così, dopo aver valutato una perdita di tempo dormire da qualche parte a san Martino e godersi i piaceri della vita mondana della Katmandu della Valmasino, ci troviamo su un bucolico prato ad aspettare il faro da stadio della luna piena e quindi il ritorno del carro di Elio.

Dopo un’inattesa comoda nottata (almeno per il sottoscritto incallito amante dei bivacchi), lo stridulo grido dell’aquila rompe il silenzio del mattino alle 7 quando abbandoniamo il praticello per iniziare ad arrancare su per il sentiero. Ho davanti agli occhi quell’infida e impossibile parete dal nome sbeffeggiante per uno soprannominato Cavallo Goloso: sarebbe come vedere Zorro cascare da un pony. Beh, io ci sono caduto già quattro volte! In una, addirittura, non sono nemmeno riuscito a raggiungere la base della montagna! Insomma, la questione si è oramai tramutata in una barzelletta tanto che, per evitare che la legge di Murphy possa colpirci già sull’avvicinamento, scarrozziamo una picca a testa nell’evenienza che il canale d’accesso possa proporci neve dura, situazione che, tra l’altro, aumenterebbe il numero di bollini da appiccicare al nostro curriculum! In realtà, arriviamo al cuneo iniziale (che ritrovo con la stessa facilità dello scaffale della Nutella) senza dover sfruttare il ferro beccuto. La sfida ora entra nel vivo mentre in giro, stranamente, non c’è anima viva.

Come al solito (a parte appunto quella volta in cui avevo deciso di scarrozzare il materiale per la bassa val Porcellizzo) mi lascio attrarre da quel grosso caminone che sembra un’enorme vagina in procinto di partorire. Vittoria o sconfitta? Certamente ne nascerà un mucchio di cazzate!

Salto il tratto iniziale con un astuto giro sulla sinistra; il fatto di essere certo di trovarmi sulla linea giusta è corroborato dai segni di passaggio che troviamo: prima una sosta di partenza, poi un’altra sotto il gradino rovescio e quindi un chiodo ballerino quando rientro nel camino. Per non parlare dell’ammasso di cordini dove andrò a fermarmi. In mezzo una mitragliata di friends dalla dubbia tenuta mentre sopra la grossa vagina si dilata pronta a sputare fuori chiunque tenti di salirla. Il problema è che il prossimo nascituro sarà il sottoscritto! Salgo alla base del tratto verticale, caratterizzato da un fessura dove potrei piazzare il 4 e il 5 che, ovviamente, se ne stanno in cantina. Potrei anche provare a salire il camino ma, al minimo errore, mi sfracellerei alla base per poi rotolare fino alla prima protezione: una morte gloriosa ma anche dolorosa a cui non mi sono ancora abituato. Siccome poi preferisco continuare a decantare le mie epiche imprese e so già che sulla faccia destra del camino dovrei lottare con fessure svasate e sadici licheni, provo a rivolgere le mie attenzioni al lato sinistro e alla netta fessura che lo solca. Incastro la gamba come fosse un pezzo di un puzzle trascinandomela dietro fino a dove la spaccatura si allarga e muore contro una sorella trasversale. Inizialmente l’idea era quella di tornare a destra nel camino aggirando le maggiori difficoltà ma da quassù la prospettiva non sembra particolarmente rosea. L’unica soluzione sembra quindi quella di traversare a sinistra ben sapendo che da lì arriverò allo spigolo della Rossa. Così inizio a strusciare tra le due facce della spaccatura riempiendomi di muschio ma, d’altra parte, non ho alcuna intenzione di tornare indietro: o la stitica fessura si deciderà a espellermi verso l’alto o, con una dose di forte lassativo, penserò ad aiutarla. Così, alla fine, mi tocca pure staffare per riuscire a far sbucare testa e corpo da quella specie di canna di cannone: sono salvo e intero ma se il Walter dovesse decidere di pendolare nella mia direzione, verremmo catapultati direttamente sopra la piazza di san Martino! Fortuna vuole che l’amico non si senta una reincarnazione di Foucault e così evitiamo di presentarci al bar Monica già a metà mattina. A questo punto mi pare evidente che questo fantomatico spigolo dei Comaschi non esista: ho perlustrato tutte le possibilità intorno al camino e, in tutti i casi, mi sono trovato in situazioni assurde o comunque ben al di là delle difficoltà dichiarate. A questo punto però punto alla vetta con la stessa brama di una spedizione pesante ad un 8000: Mummery e il suo “fair means” possono anche andare a farsi fottere! Così continuiamo la nostra salita fino ad arrivare sotto un elegante diedro coincidente con la nostra relazione. Il mistero si infittisce ancora di più: forse che nel ‘53 avevano già la Red Bull e sono arrivati fin qui volando? Al momento me ne infischio: ho lottato, sputato sangue (almeno dalle caviglie) e a questo punto ci aspetta solo un tiro di VI. Cosa vuoi che sia il limite umano? Sarà uno strapiombino con un paio di belle zanche, due movimenti atletici e il chiave si troverà sotto i miei piedi. Così risalgo il lunghissimo diedro e finalmente arrivo sotto il fratello minore del camino iniziale: visto da quaggiù la situazione non sembra per nulla una formalità. Probabilmente nell’aldilà dovrò dividermi tra golosi e superbi: d’altra parte, camminare con un pesante masso sulla schiena è un’attività cui un caiano è già più che avvezzo e, forse, per la quale trova anche un certo piacere! Speriamo quindi che Lucifero non cambi le carte in tavola.

Dovrò piazzare un po’ di friend a faccia in giù e poi darci dentro con le staffe, l’unico problema è che tra me e le protezioni si troverà un tetto profondo circa un braccio che costringerà la tartaruga addominale ad un lavoro extra di cui poi mi presenterà il conto. Intanto inizio a strisciare dalla sosta in perfetta tecnica camino: schiena e piedi spingono contro le facce opposte della struttura mentre mi avvicino verso il mostro. Ho il tetto alla mia altezza mentre mi trovo nella stessa posizione del turista comodamente seduto su una sdraio sulla spiaggia solo che, invece di una morbida e curvilinea hawaiana, mi trovo con parecchia aria sotto le chiappe e di fianco ad uno scorbutico e duro masso squadrato. Struscio quel tanto che mi permetta di afferrare la fessura orizzontale sulla sommità, mi volto, sfrutto la potenza da FF, maltratto il tetto e mi ci ribalto sopra. A questo punto sono sicuro di avere il tiro in tasca ma ben presto mi accorgo che l’essere passato dalla modalità “caiano” a quella da FF mi si sta ritorcendo contro. Il camino infatti, ora decisamente meno spaventevole, continua infatti subdolamente verso l’alto: apparentemente più semplice, il fetente propone piccoli muretti con uscita su immancabile erba mentre l’imbraco si sta svuotando sempre più velocemente. Piazzo al meglio un po’ di ferri ma sono quasi certo che se Newton dovesse tirarmi verso il basso aprirei immediatamente la cerniera: non mi fido a tirare i ciuffi verdi ma nemmeno ad appoggiare il piede sulla colata d’acqua finchè individuo un buco nascosto e finalmente mi trovo sopra il giardino giapponese e quindi alla sosta

Ora manca solo l’ultima difficoltà, una placca compatta che sale subito sopra la sosta. Non so per quale motivo ma ho una specie di blocco mentale: non mi fido a spingere sui piedi, mi pare che quei cristalli e le rugosità della roccia siano troppo esigenti. Così mi viene un’idea spaziale: traverso verso destra, piazzo un friend e poi torno alla placca. Se dovessi scivolare finirei in orbita disegnando una pendolata magistrale e facendo la fine del fiammifero incendiandomi contro la roccia ma almeno non dovrei finire tra le braccia di Walter. Ancora una volta, devo evitare assolutamente di cadere. Cosi mi convinco che le scarpette tengano finchè finalmente agguanto il bordo del camino. Ora sono sicuro di raggiungere l’agognata vetta ma, mentre risalgo per rocce facili, comincio a sentire delle voci: forse qualcuno è risalito dalla sud? Oppure inizio ad avere le allucinazioni? Potrei anche essere morto e non saperlo e quelli potrebbero essere i richiami dell’aldilà! Il Cavalcorto sembra volermi prendere l’anima, succhiarmi anche l’ultimo alito vitale finchè dal crinale che conduce alla vetta una figura inondata dal sole mi domanda: “State scendendo? Cosa avete fatto?”. Siccome sono abbastanza certo di non parlare con l’arcangelo Gabriele e altrettanto sicuro di parlare con un cavallo che ha salito una qualche via sulla sud, rispondo timidamente: “No, no; abbiamo salito lo Spigolo dei Comaschi”. In fondo, sia io che Walter siamo comaschi! “E voi?” “Ah! Che difficoltà ha? Noi siamo saliti dal sentiero, dalla zona della Gianetti!”.

C’è il sentiero?! Anni e anni ad ambire a questo estetico obelisco per poi scoprire che sarei potuto salirci comodamente a piedi!

Ci viene quindi la tentazione di scendere comodamente dal versante della val Porcellizzo ma poi si materializza l’immagine del materiale lasciato all’attacco e la prospettiva di un’altra scammellata per andare a recuperarlo così ci buttiamo nel canale a rintracciare la linea di doppie. Alla fine ce la caviamo solo con un atroce mal di braccia per tirare giù le corde dalla terza calata, un bel bagno nell’acqua putrida della penultima doppia e la scarpinata fino all’auto dopo 14 ore e mezza dalla partenza dal nostro bivacco ma finalmente la montagna impossibile, il Cavalcorto, si è piegato davanti al Cavallo Goloso!


Cavallo Goloso


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