PIEDI DI PIOMBO – ALTARE      

RACCONTO

PIEDI DI PIOMBO – ALTARE


sabato 08 ottobre ‘11


Sono in crisi d’astinenza: sono due settimane che non tocco roccia in montagna e ho paura di essermi giocato due week end di tempo stupendo e ancora estivo. Ma, d’altro canto, non mi sogno minimamente di lamentarmi per quello che ho fatto; non sono come Twight: non ho alcuna intenzione di accantonare alcune persone per l’alpinismo, dal mio punto di vista le due cose possono benissimo convivere senza nessuna rottura. Non diventerò mai un estremo, continuerò a cagarmi nelle mutande su gradi facili e, appena potrò, tirerò il rinvio; non uso la banderuola e non scalo con il walk-man; ma, almeno nel senso di appagamento, noi scarsi siamo uguali ai nostri supereroi.

Era da tempo che rinviavamo quella salita: in realtà ne abbiamo fatte altre, dure, appaganti. Ma quel maledetto faccione che guarda al Disgrazia rimane sempre lì: ho scalato la sua parte sinistra per diverse vie, sono stato in cima una sola volta e un’altra ho tentato di raggiungere la cengia mediana per la prima via della parete; ma rimaneva da fare l’altra linea abbordabile. Scendendo in doppia dall’Altare ho potuto ispezionare più volte quelle placche e ad ogni discesa corrispondeva sempre la solita domanda: come diavolo si può salire da lì? Si può sopportare il peso della curiosità ma ad un certo punto quello ti stritola, ti spiattella al suolo e a quel punto esplodi, non hai più alternative: è arrivato il momento di assecondare la passione e mettere le zampe sulla preda!

Ho scoperto a cosa serve la retina dell’imbraco, quella che lo custodisce quando lo si infila nello zaino stritolandolo sotto il peso dei ferri. L’ultima volta che ho trovato un porcino credo fossi alto un metro e venti; settanta centimetri dopo mi imbatto in un bellissimo esemplare proprio a lato del sentiero! La giornata inizia nel migliore dei modi. Sono assillato dalle stelle alpine: la prima volta che le ho viste, sono fiondato e mi sono rotto il polso (era il 2004); la mente umana è un’arma micidiale: l’associazione tra le due specie rare è subito fatta. Scaccio il pensiero e mi preparo.

Non mi piace il metodo carta-forbice-sasso, preferisco la tradizione: il primo tiro a Cece, quelli pari a me. Così parte lui sul tiro dello zoccolo: l’inizio non è dei migliori; sono un po’ arrugginito e quel quintone mi va un po’ stretto. Siamo di nuovo soli: la cordata che avevamo davanti si è calata e sulla parate torna a soffiare il silenzio. Superato il bosco pensile, raggiungiamo l’attacco della via: il diedrone iniziale ci accoglie apparentemente benevolo. Inizio la mia salita. Mi sento normale: né in super pompa né completamente svuotato. Incastro nella fessurina, cerco l’appoggio e salgo. Ripeto i movimenti una, due, mille volte mentre i friend diminuiscono rapidamente. Scalo quasi tutto in libera. Incredibile. Penso a Twight e mi vengono in mente gli AC/DC. Cazzo, un giorno o l’altro mi porto l’i-pod! Raggiungo la sosta intermedia e mi appendo. Mi sembra di aver scalato un’infinità di metri ma poi Cece è poco più in basso: proseguo. La questione non cambia, ma le condizioni delle mie esili braccia si: sono indolenzite e gonfie, gli incastri sono meno efficaci e, alla fine, devo staffare per raggiungere la sosta. Sono esterrefatto: ho esaurito un’intera serie di friend. Non me ne frega di quello che pensano i forti: se per passare devo staffare lo faccio e lo dico!

Cece mi raggiunge e inizia la seconda lunghezza. Ma oggi è in giornata no e al primo spit, dopo numerosi tentativi, torna indietro e mi passa di nuovo il testimone. In fondo non faccio che restituirgli il favore dell’Eghen quando è stato lui a superare il tiro duro del camino mentre il sottoscritto se la faceva sotto tirato su come un sacco da parete. È arrivato il mio turno e mi trova preparato. Il diedrone mi ha galvanizzato. Mi sono sentito forte: ho piazzato le protezioni con calma, ho studiato le camme aprirsi e poi sono salito incastro dopo incastro, cedendo solo poche volte al richiamo del caiano. Devo solo ripetermi. Raggiungo lo spit, studio la roccia e continuo. Gli AC/DC mi rullano in testa, sbuffo e sono in sosta; certo che sta via inizia a farmi sudare le proverbiali sette camice: la chiodatura non è proprio da ferrata e la scalata offre diversi passi delicati lontani dagli spit.

Cece abdica totalmente; guardo la fessura successiva e mi ributto nella lotta. Il Disgrazia è ingrigito, la luce del sole fatica a sfondare il sottile strato di nuvole. Fa un freddo cane ma la tensione riesce a scaldarmi. La fessura è meno dura del previsto, ma la sezione di placca è una vera sofferenza mentale. Il cervello frigge e io provo a tranquillizzarlo spalmo dopo spalmo.

Riprendo friend e rinvii e sono nuovamente in campo per la quarta lunghezza: ancora placca e poi fessura. Supero la sezione su spalmi ripetendo che quello è il mio limite, che oltre non posso andare, che le altre vie gradate allo stesso modo sono più semplici. Insomma, le solite fottute lamentele: cazzo, tira fuori la paglia dal culo e muoviti!

Lo scenario atmosferico rispecchia la mia sicurezza: un leggero turbinio di fiocchi di neve ci colpisce. È solo un momento ma il termometro scende in picchiata.

Finalmente sono alla fessura! Il binomio è troppo scontato e la mia piccola mente cade nel tranello; ma al raggiungimento della fessura non corrisponde la salvezza. Il chiodo che mi protegge dondola. L’ultima volta che mi sono trovato in questa situazione sono volato ma il chiodo ha retto. Resto immobile a studiare la placca. Solo un misero insignificante passo, sono solo pochi centimetri e poi posso afferrare la fessura che smette di essere ceca. Schiaccio il piede e vado. Sono salvo! Velocemente guadagno qualche metro, mi proteggo con un C3 e salgo. La fessura termina: devo prendere una specie di orecchia, spalmare e salire alla fessura soprastante. Sono pochi movimenti ma sono avvolto dal terrore. Se cado, quel maledetto C3 non credo reggerà all’urto. Non mi fido di quelle protezioni così piccole: la maggior parte delle volte che le ho tirate mi sono rimaste in mano! Continuo a ripetermi di stare tranquillo e, dopo il valzer del sali-scendi, piazzo subito sotto la dubbia protezione un bel Camalot 0.4. Mi sento meglio, ma non sono ancora a posto. Tornare indietro è quasi impossibile, anche se, per un attimo, provo a pensarci: dovrei abbandonare uno o due friend ma non sono dell’idea di lasciare qualcosa in parete quindi l’unica soluzione è continuare a salire. In fondo si tratta di pochi movimenti. Scruto meglio la fessurina e riesco a piazzare il nut “chetisalvailculo” sopra il C3; studio la roccia, spalmo, carico il piede, mi isso e con l’eleganza di un pachiderma azzoppato riprendo la fessura dove è più netta.

Superato il passo duro, procedo rapidamente fin sotto la sosta. Il ristabilimento finale, protetto dallo 0.75, è l’ultimo enigmatico e cagoso passaggio e, dopo un attento studio, acchiappo al volo il cordino della sosta. Salvo!

Ho il cervello in pappa, ridotto ad un ammasso informe, tipo carne trita; la frittura è cotta a puntino ed è ancora bella fumante. La placca soprastante sembra insuperabile e la maglia rapida che penzola dal primo chilometrico spit non aiuta la mia turbata psiche. Sono completamente svuotato. Per oggi può andare così. Recupero Cece e intanto mi convinco sempre più che sia il caso di buttare le doppie.

L’attesa può essere molto pericolosa: Cece mi ha raggiunto e iniziamo ad osservare la placca del quinto tiro. Forse stando alti si può passare. Ma sono parole al vento; ripasso i passaggi “estremi” del tiro precedente (col cazzo che Luna è così dura!) e decido che per oggi possa bastare.

Un giro nel bosco non me lo faccio sfuggire: rimango indietro diversi minuti ma trovo il fratello vecchio del porcino mattutino; la cena è assicurata mentre il tarlo comincia a scavare. Forse avremmo potuto tentare: si poteva passare sopra la sosta, provare a raggiungere il primo spit...


Cavallo Goloso


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