PARRAVICINI – CIMA DI ZOCCA      

sabato 08 luglio ‘17


Ogni mattina, la preoccupazione principale del leone è essere più veloce della gazzella.

Ogni mattina, la preoccupazione principale della gazzella è essere più veloce del leone.

Ogni settimana, la preoccupazione principale del caiano è organizzare il terreno per la lotta con l’alpe di sabato e domenica.

Giovedì sera sono ancora in balia delle mie paturnie: sembra proprio che questo week end tutti siano impegnati a fare altro. Perchè il canto stridulo dell’aquila non ammalia più come un tempo? Poi a Carate sono folgorato come Paolo sulla via di Damasco: incontro il Danilo e la mia memoria da gallina mi ricorda delle sue parole sul Parravicini così riesco a convincerlo al battesimo di fuoco a base di bivacco il venerdì sera per poi scalare il giorno successivo.

L’ignaro si ritrova quindi a sobbarcarsi la piacevole passeggiata lungo la Valle con partenza da san Martino dato che la navetta ha già terminato il servizio per poi scarpinare verso l’Allievi, il tutto condito dagli effetti dei miei ricordi a macchia di leopardo. Così inizio a rassicurarlo sul fatto che dal ponte ad un fantomatico alpeggio e da qui alla fine della foresta tropicale di abeti e poi al mitico pianone non ci sia poi molta strada ma, evidentemente, qualcuno deve essersi divertito ad allungare il sentiero! Perdendo così di colpo tutta la (scarsa) credibilità e ingurgitando l’amaro calice della verità, mi rassegno al da farsi e ai movimenti tettonici, evidente causa dell’innalzarsi del percorso, e continuo a trascinarmi il più in alto possibile finchè gambe, schiena ma soprattutto stomaco iniziano il loro ‘48. Al pianoro decidiamo quindi di assecondare le richieste dei rivoltosi mentre, come due rabdomanti al contrario, cerchiamo un posto asciutto dove abbandonare la soma e installare la nostra cucina nonché camera da letto sotto un tetto stellato. Oramai ho una specie di routine che rasenta l’autismo: risotto liofilizzato e quindi prendo le sembianze di Tutankhamon nel sacco a pelo.

Il sabato mattina arriviamo all’Allievi con un tempismo perfetto: i componenti del corso regionale per istruttori d’alpinismo si stanno infatti muovendo verso i rispettivi obiettivi, così ci accodiamo alle 3 cordate dirette al Parravicini forti del fatto che, mentre loro punteranno direttamente agli ultimi tiri, noi proveremo l’integrale. Così, appena il sentiero inizia a scendere, ci buttiamo verso un breve canale ghiaioso e poi lungo la successiva rampa al termine della quale la montagna confeziona il suo scherzetto sotto forma di un chiodo ad anello che ci lascia intendere di essere sulla strada giusta. Persi quindi nelle nostre sicurezze, mentre risaliamo la successiva lunga cengia erbosa, ci sforziamo ad incastrare le parole della relazione con quanto abbiamo di fronte finchè ci ritroviamo nuovamente a guardare le chiappe dei caiani davanti! Siccome la vista non è particolarmente interessante, dopo la prima lunghezza, proviamo ad ingegnarci con il primo sorpasso riuscendo però solo ad accavallarci con il trio che ci precede senza scrollarcelo di dosso finchè, alla partenza del quarto tiro, tento nuovamente con una manovra diversiva che spero possa anche essere risolutiva. La via segue infatti un diedro sulla destra che sale parallelo ad un’analoga struttura proprio sopra la nostra sosta: l’idea quindi è quella di iniziare a salire per il diedro che ci sovrasta per poi traversare a destra senza sapere che, cosi facendo, sono come il maialino che si infila la bacchetta del girarrosto! Inizio quindi la scalata tempestando la fessurina di ogni diavoleria senza per altro trovare un punto dove sia facile ricongiungermi con l’itinerario corretto; sostanzialmente sono nella stessa condizione dello stitico: da un lato vorrei liberarmi dal biscione che cresce nell’intestino dall’altro, per quanto spinga e mi sforzi, quello se ne rimane comodamente rannicchiato al calduccio. Solo che oramai la stronzata l’ho fatta. Poiché però sono caiano e ultimamente mi sto infarcendo di letteratura sui generis, arrivato ad uno spuntone, allestisco una sosta con l’idea, una volta che Danilo mi avrà raggiunto, di calarlo brevemente e farlo pendolare verso destra per poi, a due lunghezze dalla vetta, concludere il cinema del sorpasso.

Oramai sentiamo il profumo della vetta ma non l’odore maleodorante dell’alito di Eolo che ci colpisce appena superiamo il punto più alto: ma in fondo questa, insieme ad una piccola perdita della nuvola di Fantozzi che ci sovrasta e all’allegra massacrata di ginocchia per tornare all’auto, è solo la cornice conclusiva di una giornata nel segno dell’aquila.


Cavallo Goloso


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