PANZERI GALBIATI – PIZZO CAMPANILE      

venerdì 28, sabato 29 agosto ‘15


Volevo caianare? Eccomi accontentato! Come al solito sono alla ricerca disperata di qualcuno con cui dare sfogo agli istinti da lotta con l’alpe e certo non avrei mai immaginato di trovarlo a Carate. Invece le Parche tessono spesso la loro tela in modi imprevisti e così, dopo aver abbondantemente ciacolato e essermi disfatto su 4 tiri, Tommy abbocca al mio amo pur essendo stato lui il primo a gettare l’esca cui mi avvinghio con morbosa voracità così che, alla fine, non è ben chiaro chi sia il cacciatore e chi la preda! Partiamo nel dopo lavoro del venerdì e, come al solito, devo correre per preparare il materiale: a volte ho il dubbio che sia proprio da questa frenetica attività di carica-scarica che derivi il mio allenamento! Così verso le 7 iniziamo la nostra lunga scarpinata verso la capanna Como.

Ho un vago ricordo del percorso che avevo affrontato qualche millenio prima quando certo non mi sfiorava l’idea del caianesimo extreme mentre il seme della lotta giaceva sopito da qualche parte nel mio animo; così resto solo un po’ perplesso per il tempo che mi spara il Tommy visto il dislivello tutto sommato contenuto che dobbiamo affrontare. Ancora una volta, però, non ho fatto correttamente i conti con il fatto che la valle entri maledettamente nelle viscere delle montagne! Così, quando arriviamo al rifugio, è già notte e io, più che mangiarmi il risotto, sprofonderei volentieri nel sacco a pelo. Se non altro, siamo in compagnia di 5 ragazzi impegnati nel trekking dell’alta via, così con una loquacità degna di un muto, trascorro il tempo prima della nanna ascoltando i discorsi tra loro e il mio nuovo compagno d’avventura per poi preparare il materassino e fiondarmi sotto il cielo stellato perchè la tradizione è pur sempre la tradizione!

Ronfo beatamente finchè ho la maledetta sensazione che piova: apro gli occhi e uno strato grigiastro copre le vette circostanti o, almeno, questo é quanto mi sembra di capire stando più nel mondo di Morfeo che nel nostro. Sopra però le stelle scintillano insieme al faro della luna: è solo la maledetta umidità che al risveglio mi vedrà col fondo del sacco piuttosto bagnato!

Impieghiamo un tempo indecente per prepararci e lasciare il rifugio, situazione che in altri contesti sarebbe semplicemente inaccettabile ma qui, con la prospettiva di solo 6 tiri e una discesa che ritengo tutto sommato non lunga, non desta alcuna preoccupazione. Così, dopo aver lasciato parte del materiale sotto la verticale del passo dell’Orso ci avviamo verso l’attacco. Certamente la zona non è assalita da frotte di climber caiani, vuoi forse per l’avvicinamento non propriamente comodo, forse per la brevità delle vie e forse anche per la vicinanza del ben più rinomato Masino ma questi ingredienti sono proprio il gusto dell’avventura che sto cercando e che, ultimamente, riesco anche a soddisfare; mancherebbe solo un pizzico di difficoltà in più, giusto per soddisfare quella minuscola punta da FF che cerca di farsi largo ma almeno il preponderante caianesimo può dirsi pienamente soddisfatto. Parte quindi il Tommy: il diedro inizia a passare sotto le corde con moderata tranquillità finchè, nella zona dove dovrebbe esserci la sosta, il capocordata si ferma e inizia a recuperarmi. Lo raggiungo e parto verso l’alto con l’idea di continuare finchè la corda me lo permette: vista infatti l’assenza di soste e le difficoltà tutto sommato contenute, preferisco sfruttare a pieno i 60 metri così da recuperare tempo prezioso. Superato quindi l’imballo iniziale necessario per scaldare il motore e superare forse il tratto più delicato della lunghezza, proseguo verso l’alto fino ad imbastire una sosta su friends quando le corde non mi permettono di proseguire oltre. Il tiro successivo è praticamente un raccordo con la parte superiore della parete che, se non fosse per la mitragliata di pietre dovuta al recupero delle corde, non desterebbe alcuna preoccupazione. A questo punto ci troviamo alla base della sezione con tratti vicini al limite umano, cosa che mi fa lasciare la sosta con un velo di preoccupazione misto ad un orgoglioso fremito del caianesimo. Il passo chiave però è ben protetto, lo supero e poi salgo seguendo l’istinto e la roccia migliore. Forse esco per pochi metri dal percorso originale ma il diedro fessura è troppo invitante per non affrontarlo e così, ancora una volta, le corde terminano e io recupero il Tommy. Ci manca solo di superare la paretina soprastante, certamente non banale: l’amico si alza tranquillo e sicuro e anche le ultime difficoltà diventano un semplice ricordo che ci accompagna poi sull’ultimo tiro verso la vetta; così, con la parete sotto i piedi e gran parte della giornata davanti, non possiamo certo che congratularci e prendercela mentalmente comoda per la prossima discesa. Optiamo quindi per tornare dal versante opposto da dove sale la normale di cui però non riusciamo a scorgere traccia! Scovando quindi nei ricordi del Tommy e nella logica del possibile percorso, iniziamo a scendere per prati verticali fino a trovarci la strada sbarrata da un salto che superiamo con una lunga calata. A quel punto, il sentiero per la val Darengo, serpeggia ben visibile più in basso per poi salire alla nostra sinistra verso il passo dell’Orso mentre una vaga traccia sembra darci la possibilità di evitare la noiosa perdita di quota. Così, dopo un dibattuto conclave, optiamo per l’attraversamento in costa nella speranza che in fondo, dove la strada pare sbarrata da rocce e creste, ci sia in realtà un passaggio. Siccome la dea bendata aiuta gli audaci, superata una placca rocciosa (ora nota come il passaggio di Fraclimb), riusciamo a levarci di dosso l’apprensione raggiungendo finalmente il sentiero. A questo punto, abbiamo davanti solo l’infinito! Risaliamo al passo, scendiamo sul versante opposto e quindi iniziamo la caccia al tesoro alla ricerca degli zaini nascosti sotto un sasso in un mare di macigni. Il gioco però dura poco e, tornato in possesso del fardello, inizio a trottare verso il rifugio: sono ancora convinto che si sarebbe potuto fare la via in giornata ma ben presto inizierò a ricredermi! Superata infatti la prima discesa, ci buttiamo tra le braccia della lunghissima valle che si protende all’infinito verso il lago. Praticamente è come camminare su una specie di enorme elastico che qualcuno, là in fondo, si diverte ad allungare! Così, dopo un tempo inenarrabile e con la sensazione di camminare da ere geologiche ma senza riuscire a vedere la fine di questo martirio, ritratto tutto! Ma il peggio viene quando attraversiamo il ponte e passiamo sul versante opposto; a quel punto la memoria mi gioca un infido scherzo facendomi credere di essere quasi arrivato all’inizio dell’ultima discesa; ebbene, dovranno passare ben 20 minuti di calvario prima di raggiungere la fine del lungo falso piano seguito da una rapida via crucis che ci riporta finalmente all’auto: la scelta di porre le icone della passione di Cristo non fu mai più azzeccata!


Cavallo Goloso


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