NORMALE – TORRE COSTANZA      

RACCONTO

NORMALE – TORRE COSTANZA


domenica 21 maggio ‘17


La disfatta di Caporetto, il martedì nero del ‘29: parto con ambizioni da grande giornata caiana e ritorno con un pugno di mosche in mano, la spina dorsale compressa per il carico sopportato e le ginocchia che invocano pietà. Apparentemente una domenica da buttare eppure forse qualcosa di positivo riesco a cavarlo: solo il tempo (e il trapano del Tommy!) potrà darmi ragione.

Tutto nasce per l’ennesima pianificazione sbagliata. Alla fine dell’uscita del corso caiano di sabato con salita dell’Albertini, apro due o forse tre possibili fronti senza alla fine concretizzare nulla e rimanendo così a discutere con me stesso sui programmi per l’indomani. Saltano fuori idee folli da morte certa e alla fine, la meno peggio, mi sembra la Cassin alla Costanza: voglio chiudere i conti e sono convinto di farcela; già immagino il dopo salita, con la via in tasca e in attesa dell’incensamento della folla. Preparo lo zaino a puntino, un peso micidiale da trascinarsi dietro, eppure mi sembra di camminare leggero tanto che in un’oretta arrivo sotto la parete. Guardo in alto la spaventosa fenditura, una specie di piega sovrapposta della parete. Ma perchè diavolo mi vengono certe idee? Me la faccio sotto solo a stare a guardare l’orripilante anfratto finché lo stimolo è tale che alla fine devo andare veramente di corpo e poi parto. Il prato verticale con rocce affioranti non mi piace per nulla. In testa proiettano un film dell’orrore: mi vedo precipitare nel canale con la corda che fila senza arrestare la caduta. Ma devo proprio proseguire? Evidentemente si. Combatto contro i miei mostri e, tra l’altro, la lotta mi viene bene: salgo senza problemi ma il tarlo scava incessantemente e, per di più, il mio compagno se ne sta beatamente a guardare il panorama da sopra lo zaino! Ricordo dal precedente tentativo che prima della parete dovrebbe esserci un chiodo: punto a raggiungerlo, assicurarmi e poi vedrò il da farsi. In realtà il ferro è uno spit: ruggine ma certamente meglio di uno stupratore di fessure. Mi organizzo ma l’AlpTransit nella mia testa è completato: provo a salire ma l’inquietante domanda continua a martellare “e se dovessi cadere?”. Bella scoperta: se voglio fare il solitario, devo imparare a vivere con il rischio. Il convoglio con il tarlo passa: piazzo una delle maglie rapide trovata chissà dove e mi calo. Il mio socio, noncurante, continua a fissare il panorama. Gli avevo promesso una giornata di puro caianesimo ma sembra che tutto stia prendendo una piega inaspettata. Mi viene in mente di tornare alla macchina, andare ai Resinelli e poi salire al Sigaro: comodo! Ho solo una quintalata di materiale da scarrozzare di qua e di là! Ravano nei meandri della mente e mi ricordo che sull’altro lato c’è la normale, un bel quartone che sicuramente saprà risollevare le sorti della domenica. Scendo quindi dal canale e poi risalgo al successivo fino all’attacco della via. Questa volta mi accolgono una serie di luccicanti e sicuri resinati: mi assicuro e inizio a scalare mentre il socio se ne sta all’ombra della parete ad osservare la Fisarmonica: no, quella al momento puoi scordartela! Tutto fila liscio fino alla breve sezione facile e su roccia poco stabile: per poco l’appiglio non mi rimane in mano facendomi rischiare il volo eterno. I treni passano in entrambi i sensi e l’incubo si fa sempre più grande. Mi spingo su per il camino ma quel “facile” IV è tutto d’un tratto diventato insormontabile. Raggiungo la sosta e continuo ad osservare ciò che sta in alto chiedendomi per quale assurdo motivo mi sia ficcato in questa avventura. Dopo aver recuperato il socio, fisso la prossima meta al resinato successivo: raggiungo la protezione ma di andare oltre non se ne parla, la roccia mi sembra viscida, il camino che ho davanti mi spaventa e il fatto di avere una serie completa di friend non mi rassicura minimamente. Per oggi ho chiuso i conti e così mi calo nuovamente a terra iniziando a recuperare le corde mentre penso che forse sia quest’angolo di Grigna ad essere maledetto: tiro e strattono all’inverosimile ma su in alto non si muove nulla. Arrivo a costruire un paranco da manuale ma la corda si stira in tutta la sua elasticità senza spostarsi minimamente dalla sede. Possibile che il nodo si sia incastrato nell’anello? Non mi resta che risalire: lo farei fare al socio ma quello sembra tutto impegnato a guardare il cielo e le torri che ci circondano così, per la terza volta, affronto la mia roulette russa ben sapendo dove sia il bossolo. Scampo alla sparatoria e raggiungo la sosta dove scopro che a bloccare tutto è un maledetto anello che è andato, chissà come, a bloccare la corda. Libero il tutto e torno nuovamente alla base con l’unica soddisfazione di avere individuato nel mio peregrinare una possibile e interessante linea vergine di salita.


Cavallo Goloso


Per lasciare un commento, clicca QUI