MILLENIUM – WENDENSTÖCKE      

sabato 27 settembre ‘14


Ritorno in Wenden dopo alcuni anni dall’ultima volta e forse ci avevo anche messo giù il pensiero. Per di più, con un’annata come questa, andare su quella compatta lavagna non sembra essere un’idea saggia. Eppure la telefonata di Marco ridesta orgoglio e curiosità con la logica conseguenza che lesto mi preparo per la nuova avventura. Così, dopo il viaggio più lento mai fatto causa radar fobia, sbarchiamo all’alpe quando l’oscurità regna oramai sovrana: i quattro amici si guardano intorno annusando l’aria con il volto all’insù alla ricerca della fantomatica roccia ma quella si nasconde per benino dietro il velo della notte e così, alla fine, ci rivolgiamo a qualcosa di ben più concreto e, soprattutto, più alla nostra portata, la cena! In realtà anche qui sono messo male e in netta inferiorità: ho raffazzonato qualcosa tirando fuori quello che lo stitico frigo conteneva, giusto il necessario per ingollare il minimo sindacabile che mi permetta di andare e dormire senza la sensazione di fame e, soprattutto, senza essere appesantito!

Quando finalmente ci lasciamo avvolgere dall’abbraccio di Morfeo, il parcheggio è già abbastanza affollato ma, quando sgusciamo dalla tenda, sembra di essere addirittura in piazza: le auto si sono moltiplicate e già qualcuno rischiara la notte su per i prati con le frontali. Noi invece ce la prendiamo comoda e solo alle sette lasciamo l’accampamento. Mi metto quindi in testa e inizio a spingere sui polpacci: almeno qui devo fare vedere il mio valore! La fila però si sgrana e io inizio a fremere poi Lorenzo, Vittoria e Daniele vanno verso Spasspartout e noi invece proseguiamo oltre il bivacco, verso il cuore della parete. Più passano i minuti, più matura l’idea che oggi la vetta non la toccheremo mai: ci siamo dati tutta la giornata ma oramai è palesemente troppo tardi per sperare di portarsi a casa la via anche perchè la lunga sequenza di tiri ben oltre il limite umano diventa sempre più un ostacolo insormontabile. All’inizio però tutto fila liscio: salgo infatti il primo tiro veloce come una saetta trovando che il grado dichiarato è abbondantemente superiore rispetto la realtà. Se tutte le lunghezze saranno così, siamo a cavallo! Infatti già sul tiro seguente la musica cambia e la relazione dichiara il vero ma l’arrampicata rimane comunque ancora umana. Poi un’altra lunghezza plaisir ci porta sotto un 6a+ dova lascio perdere i convenevoli e tiro il primo rinvio di giornata. A questo punto, dopo averci fatto giocare, la roccia si impenna e iniziano i dolori: è il mio turno da capocordata e ho solo voglia di raggiungere la sosta il più rapidamente possibile; il metodo più sensato è quindi il classico e intramontabile ciapa e tira! Peccato che, tra uno spit e l’altro, un paio di passi d’arrampicata bisogna pur farli! Così fermo il disco: “occhio eh! Attento qui! Tieni! Blocca!”. Un discorso parecchio ripetitivo. Poi è la volta del sali scendi, del prova a destra e a sinistra; tutto perché sono mentalmente bloccato, ho maledettamente terrore di volare. Che poi, su questa linea, un volo non sarebbe nulla, visto che gli spit sono incredibilmente e insolitamente vicini. Io rimango però ancorato alla tradizione e questo essere legato al classico non fa altro che farmi impiantare quando invece dovrei fidarmi dello spalmo e involarmi verso l’alto. Così arrivo al punto dove ogni magheggio non porta a nulla se non a ridurmi a balena spiaggiata: provo diverse volta ma trovo il passo impossibile e alla fine mi faccio calare; Marco invece passa con una certa disinvoltura e porta la cordata in sosta per poi prepararsi per il tiro seguente. L’amico lascia quindi la sosta e si avvia allo strapiombo, supera la struttura e atterra su un muro liscio e verticale dove ogni tentativo naufraga. Non tento nemmeno di provare al suo posto, tanto sono sicuro di fare un buco nell’acqua e quindi non ci rimane che gettare le doppie e tornarcene indietro avendo imparato nuovamente la lezione: bisogna sapere scalare e, soprattutto, accettare il compromesso del volo! Ma ho un senso del caianesimo classico troppo radicato, per me cadere è già un eresia in falesia, figuriamoci in montagna! Eppure la voglia di tornare, di sfidare quei muri compatti non sopisce mai. È forse un arrivederci?


Cavallo Goloso


Per lasciare un commento, clicca QUI