LECCO – TERZO MAGNAGHI (O MAGNAGHI SETTENTRIONALE)      

Lunedì 29 settembre ‘14


Avevo sperato di godere di alcuni giorni di ferie in Dolomiti e invece, mio malgrado, mi trovo a riprogrammare tutto: oggi sono solo, non ho alcuna intenzione di andare in falesia e quindi provo l’ennesima grignettata. Tento perché in realtà non sono sicuro di essere pienamente e fermamente convinto. L’idea era di tornare alla Costanza ma alla fine abbandono il progetto e mi rivolgo ai Magnaghi: l’avvicinamento più comodo è certamente un valido motivo per lasciare perdere quell’angolo selvaggio di Grigna! Risalgo quindi la Cermenati dopo aver superato un duo proveniente da Genova e quindi mi butto nelle braccia della solitudine. Il cielo è azzurro, tutto un altro ambiente rispetto la volta della Rizieri che mi trovo a risalire per raggiungere il mio obiettivo. Ho in mente un “grande” progetto di concatenamenti perchè, dopo aver superato il sentiero, ora non mi resta che scalare e la motivazione, a questo punto, riprende a marciare verso l’alto. Supero quindi la prima lunghezza della via sul Sigaro e poi mi infilo nel terrazzino che separa l’obelisco dal Magnaghi centrale dove inizia la Vitali Longoni. La porta dell’ignoto si spalanca e io mi infilo nel diedro che mi sta davanti. I primi metri sono semplici, poi la roccia inizia a farsi verticale e le facce della struttura sempre più lisce. Se ci fosse qualcuno in sosta, salirei certamente più sciolto e spavaldo mentre l’autosicura mi impone una progressione lenta e soppesata: salgo come un bradipo temendo che una scarpa possa scivolare e io seguirla immediatamente. Poi devo uscire dal diedro: mi incarto, torno indietro e trovo la soluzione giusta. Un breve e facile tratto è un toccasana per fare riposare le braccia prima dei successivi metri aggettanti ma, fortunatamente, ben ammanigliati. Ancora una volta, il miracolo della Grignetta si ripete: quando la parete si fa più verticale, ecco che compaiono tasche, maniglie e coppe a ripetizione. Salgo guardingo ma sicuro lasciando correre la corda sotto i miei piedi finchè l’istinto caiano mi porta alla sosta. Ora mi attende quello che sulla carta dovrebbe essere il tiro più impegnativo. Lascio la sosta e mi dirigo verso il passo duro; salgo un diedro su roccia inizialmente non proprio wendeniana e poi cerco di trovare la soluzione al cubo di Rubic. Mi rimetto i panni della tartaruga, scruto le facce della struttura e, lentamente, inizio ad alzarmi. Alla fine però, come chiunque avrebbe scommesso, tiro il rinvio e arrivo al bordo superiore della struttura. Devo scegliere tra la rapida decisione o la lenta e logorante titubanza con annessa integrazione di friend; mi do una scrollata, gioco tutto sulla presunta generosità delle prossime prese e velocemente mi proietto fuori dal diedro. Tecnicamente il più sembra fatto ma ora mi toccano i lunghi metri che mi separano dalla cresta sommitale dove la chiodatura si fa più rarefatta. Le note della canzone dell’attenzione tornano a suonare nell’aria mentre mi muovo con circospezione avvicinandomi sempre di più alla cresta. Poi finalmente si materializza la sosta, poco sotto il culmine di questa porzione di parete: la raggiungo, valuto di avere corda a sufficienza e tento la fortuna. Alla fine mi fermo pochi metri sopra, in corrispondenza di uno spit da cui potrò facilmente e velocemente raggiungere slegato la cresta vera e propria.

Con la corda nello zaino inizio a seguire i frastagliamenti della parete: ho abbandonato già da un po’ l’ambizione iniziale e, per ora, mi accontento di puntare ad una delle vie sul Magnaghi settentrionale. Non ho che l’imbarazzo della scelta e, visto che all’appello manca oramai forse solo la Lecco, mi dirigo verso quella che un tempo era stato un vero e proprio banco di prova. Riesco a convincermi a provare slegato il primo tiro anche se l’aria sotto le chiappe e l’idea di non essere vincolato alla roccia se non per le suole e le mani mi lascia da pensare. Supero comunque la facile placca per poi assicurarmi sul tiro seguente: la placca compatta, sebbene sulla carta più che abbordabile, si rivela un ostacolo psicologicamente inatteso che mi costringe ad acuire tutti i sensi, estraniarmi dall’ambiente circostante e concentrarmi solo sulla scalata. Oramai è una sensazione nota ma contemporaneamente strabiliante: è come se l’intorno smettesse di esistere, se il cosmo si riducesse ad una piccola sfera capace appena di contenere me e ciò che mi circonda nel solo raggio d’azione del braccio. Supero così il muretto e poi la salita diventa una “discesa” che mi porta alla croce in cima al Magnaghi.


Cavallo Goloso


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