HALMA – OFEN      

sabato 31 ottobre ‘15


A volte mi chiedo se ho del sale in zucca e se chiunque si dedichi al caianesimo non sia, in realtà, un malato di mente: auto-lesionarsi in un modo simile non può che essere dovuto da un insieme di rotelle che girano una contro l’altra. Certo che Cece dovrebbe averlo capito che a presentare determinate proposte si è certi di finire in un qualche guaio: evidentemente quindi anche lui sta a dimostrare come il caiano sia il perfetto esemplare da manicomio.

Per cui, quando Cece mi gira la solita mail, già sapeva dove il pesce avrebbe abboccato: bici + camminata + scalata è infatti un trittico troppo invitante per non farsi abbindolare! Così, quando ci troviamo al solito orario improponibile, non abbiamo ancora definito quale sarà la meta proprio perchè è per entrambi chiaro e palese dove andremo a ficcarci.

Corriamo quindi verso l’unica meta papabile certi che oggi sarà una giornata campale, ancora più rafforzata dal termometro dell’auto che segna solo un paio di gradi sopra lo zero: in quelle condizioni, è praticamente certo che ci trasformeremo in due bastoncini Findus ma le decise intenzioni degli altri climbers presenti lasciano immediatamente fugare ogni possibile dubbio. Scarichiamo quindi mezzi e attrezzatura pronti ad affrontare ignari una salita che probabilmente fa un baffo ai vari Zoncolan, Gavia e salitedellamorte varie. Quello che ci si para davanti infatti è uno spietato nastro d’asfalto che sale ininterrottamente e senza una tregua lungo il versante. Ovviamente partiamo come se dovessimo superare la rampa del garage e, ben presto, ci troviamo a sputare il cuore per terra e a mulinare due tonici pezzi di marmo di Carrara. La metamorfosi a David di Donatello a questo punto può dirsi compiuta!

Dopo quindi quasi un’ora da inferno, lasciamo le due ruote per proseguire con le due gambe: superiamo così il bosco per poi uscire in una piccola e ridente vallata sorvegliata dalla parete alla nostra sinistra. La colonnina di mercurio è già impazzita verso le stelle mentre noi abbiamo il nostro da fare sul pendio finale, un insieme di sfasciumi maledetti che, per ogni passo fatto verso l’alto, proiettano il malcapitato di mezzo passo verso il basso! Ben presto Cece mi da la biada mentre sputo gli ultimi rimasugli di energia arrancando e trascinandomi verso l’attacco dove una cordata femminile sta iniziando i preparativi. Non so se sia il miraggio della gnocca o la sbruffonaggine che impone di mascherare quanto sia più di là che di qua a tirarmi su per il prato finale, fatto sta che quando raggiungo le due pretendenti la delusione non può che lievitare trovandomi davanti a due climbers che potevano essere gnocche alla fine del secolo scorso!

Così mi metto in pace ad ammirare il panorama montano costatando che, in fondo, l’attesa ha anche i suoi lati positivi. Filosofeggiare però a stomaco vuoto è un esercizio alquanto impegnativo, così ho la brillante illuminazione di ingurgitare l’ultima barretta alla cassöla. Appena quindi muovo i primi passi sulla parete raggiungendo Cece, l’immediato movimento tellurico della pancia non promette nulla di buono: ben presto infatti, il treno inizia a spingere allo sbocco della galleria e solo un potente lavoro dei muscoli dello sfintere mi impedisce di cagarmi nelle mutande! Impegnato quindi a raccattare i resti delle energie sparsi per il corpo, a digerire la barretta alla bagnacauda e a impedire un’evacuazione stile piena del Nilo, non posso che ripensare alle ultime parole scambiate con Cece: “se facciamo vie sportive, bisogna stare almeno sul 6b obbligatorio!”. Infatti al primo passo di tale difficoltà che devo superare da primo, già mi trovo a mungere! Mi rifaccio però poco sopra, superando una specie di pannello senza grosse difficoltà: vuoi forse vedere che mi sto eccessivamente plastificando? La sola idea mi mette ribrezzo e cerco di farmi forza convincendomi che oggi è forse solo una giornata no. Ma mi basta attendere i due tiri seguenti per vedere tutto da un’altra luce: prima devo infatti raccapezzarmi con un muro a buchi molto tecnico che fa rima con la disintegrazione delle dita per poi auto-impormi di non azzerare su uno scorbutico passo di 6a+ con lo spit che ammicca malevolo. Così sul diedro strapiombante successivo, pur avendo la corda dall’alto, riesco ad impantanarmi, portare la lancetta sul rosso e, alla fine, appendermi con le braccia che invocano pietà. La luce si riaccende poi sul tiro successivo dove mi trovo a strisciare come un verme in un breve camino ricordando così gli albori del caianesimo; ma è solo l’ultima scintilla prima di spegnermi definitivamente. Siamo ora alla base dell’ultima lunghezza e, a questo punto, devo solo uscire dalla parete peccato però che la partenza atletica mi dia il voltastomaco: afferro i due rinvii e mi lascio alle spalle le difficoltà mentre, sempre più ironicamente, la sentenza iniziale rimbomba nella testa: “bisogna fare vie almeno con il 6b obbligatorio!”.


Cavallo Goloso


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