GIULIANA – SASSO DI SENGG      

sabato 08 aprile ‘17


Sono alla base della parete a scrutare verso l’alto la mannaia sotto la quale passeremo le prossime ore. Il Jag è andato a concimare da qualche parte mentre inizio a maledire la mia perversa voglia caiana di ficcarmi su vie all’avventura ma, soprattutto, le parole che devono aver definitivamente convinto il socio: “al massimo, tiro tutto io!”. Si, forse i chiodi!

Cerco quindi di godermi gli ultimi attimi in cui sono ancora certo di essere intero, gustando il fatto che questo primo tiro con partenza su diedro erboso (perchè il vegetale, chissà come mai, quando si caiana, non deve mai mancare) se lo smazzerà il Jag: perchè dovrei anticipare un patema che arriverà tra mezz’oretta? Così, mentre l’amico smartella a destra e a sinistra per piazzare la sosta, il sottoscritto si diverte a fare il ghiacciolo all’ombra con l’orologio che corre all’impazzata.

L’insieme di chiodo e friends che dovrebbe farci da sicura non sembra granchè ma è anche il massimo che si possa fare. Distolgo lo sguardo perchè non vorrei mai che la sosta si vergogni e decida di smontarsi e mi soffermo sull’insieme di blocchi incastonati che mi aspetta gongolante. Non sembra difficile ma devo assolutamente evitare di staccare qualcosa e piombare sulla sicura a cui è legato il Jag. Piazzo un friend e inizio a salire. L’interruttore scatta: le paturnie restano lì a fare compagnia all’amico mentre inizio ad assaporare l’ebbrezza di salire su una roccia che migliora ad ogni movimento aumentando l’aria sotto le chiappe e l’idea di farmi tutto da capocordata diventa un ulteriore stimolo per raggiungere la vetta.

Ultimamente devo aver raggiunto un particolare feeling con i camini. Sembra che mi piaccia fare il treno di cacca che scivola dentro contromano rispetto al percorso nel retto e, per di più, devo anche aver sviluppato una specie di radar perchè non avevo idea che anche qui ci fosse un bel colon da risalire! Sto quindi ammirando la base della prossima trappola, un diedro leggermente strapiombante che nasconde ciò che sta in alto, sicuro che il chiave sia all’inizio. Parto agguerrito a tirando alcune vascone mi isso oltre il tratto aggettante: o ho la super potenza o, evidentemente, l’inculata è più in alto! Sparisco alla vista del Jag e mi addentro nel campo minato fino alla base del camino che pare invitarmi ad entrare nelle sue viscere come la strega di Hänsel e Gretel nella casa di marzapane. Non ho forse l’aquila tatuata sul petto? Mi spalmo di vasellina e inizio a risalire tra le facce oblique della parete incastrando, spingendo e utilizzando ogni parte del corpo come un gigantesco friend finchè il camino si impenna. Come diavolo farà quel panzone di Babbo Natale? Provo a girarmi per vedere cosa ci sia sulla faccia strapiombante, come se fosse facile rivoltarsi mentre si è completamente incastrati e con le spalle da FF troppo larghe per non sfregare a destra e sinistra! Per un attimo inizio a pensare all’ipotesi del volo ma il mio lato razionale arriva subito a consolarmi: sei uno stronzo in un retto stitico, non riuscirà mai a sputarti verso il basso! In effetti, incastrato come sono, potrei al massimo rischiare di rimanere bloccato. Poi individuo un appoggio, ci infilo il piede e guadagno altro spazio verso l’alto fino a cadere dalla padella alla brace. Ora capisco perchè la relazione della guida del Jag dica di portarsi il 4! Peccato che sul mio imbraco la massima misura sia il 3! Provo a piazzare la protezione: le camme si stirano e si allungano come quando, con la tremarella alla gamba, si cerca di rinviare uno spit troppo lontano. Mi faccio bastare quello che ho, individuo una salvifica presa sulla sinistra piazzata appositamente per levarsi di torno, mi affido alle dita e quindi sguscio via dal passaggio, espulso verso il prossimo tiro.

La placca Gruyere mi osserva mentre dal comodo terrazzino spero che i suoi buchi siano delle ottime manette finchè poi mi tocca partire. La sequenza di allunghi si rivela un inaspettato regalo fino ai tre chiodi oltre i quali la parete svela il suo ghigno malefico e irridente: mi ha messo abilmente in trappola e ora l’unico modo per uscirne sarà quello di azzeccare ogni movimento. Come al solito, ci impiego una mezza eternità: prima di muovere un piede chiamo a convegno ogni neurone, ascolto tutti i pareri e, solo dopo un lungo conciliabolo, sposto l’arto verso l’alto. Poi a volte la mossa si rivela errata e allora è di nuovo discussione. Piazzo un friend, mi alzo sullo spigolino mentre osservo una specie di dente e poi la successiva presa sotto il tettino. Non vedo molte alternative: o passo di lì o il Jag mi vedrà precipitare nella direzione opposta. Ennesima smagnesata e stritolo il dentino. I piedi sulla roccia abrasiva mi spingono verso l’alto alla presa successiva mentre i neuroni hanno il tempo per valutare e decidere la mossa seguente. Mi distrae solo il pensiero dell’Ivo Ferrari in solitaria sullo stesso passaggio, incollato su una parete dispersa in un angolo della Grigna. L’incavo della presa a cui sono attaccato sembra fatto apposta per il 3. Provo a sistemarlo e, questa volta, l’attrezzo non deve allungarsi come un chewingum anche se il piazzamento non mi convince. Sotto il tettino scovo allora un buon rovescio, anche questo fatto quasi apposta per il C3 giallo che, un attimo dopo, mi osserva testa all'ingiù mentre mi allungo come l’uomo di gomma ad un buco erboso a destra: la nicchia della salvezza! Mi manca solo il mare in tempesta della successiva placca lavorata e poi l’ultimo tiro impegnativo potrà osservere le mie belle chiappe.

Non avevo intuito che saremmo finiti sulla Vicenza, come se fossimo lontani dalla vicina qualche centinaio di metri, così, quando a metà della lunghezza seguente mi ritrovo su rocce già salite, rimango sorpreso e forse anche un po’ preoccupato. Mi ricordo abbastanza bene ciò che ci aspetta e quella sensazione di precarietà che mi aveva dato la fessura che avevo percorso dopo il Jag. Provo quindi a offrirgli anche questa volta le corde ma lui, da buon signore, mi risponde che, a questo punto, non ha molto senso che prenda le redini della cordata. Così mi ritrovo a giocare nuovamente con la psiche, sull’affilato limite tra normalità e pazzia mentre l’interruttore inizia a spegnersi e la carica finisce giusto prima dell’infinito sentiero di rientro.


Cavallo Goloso


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