LA FISARMONICA – MONGOLFIERA
LA FISARMONICA – MONGOLFIERA
sabato 26 novembre ‘11
Lo zaino pesa una tonnellata: per issarlo sulle spalle ci vorrebbe un paranco. D’altro canto il piccolo zaino giallo è ricolmo di ferraglia: la serie completa di friend, quelli vecchi da abbandono (alcuni dei quali sono forse pronti per il museo degli orrori), dadi, moschettoni, rinvii ma, soprattutto martello e chiodi; una miriade di chiodi, una vagonata di chiodi. Potrei fonderli e costruirci un’automobile: ne ho comprati un’altra decina e sono determinato a piantarli in quella fessura. Oggi si esce!
Oramai ho memorizzato i passi cruciali dell’avvicinamento e pazientemente attendo di lasciarmeli alle spalle: prima la ripida traccia d’accesso al canale quindi il grosso boulder e il punto in cui la volta scorsa a momenti mi sfracellavo al suolo; poi raggiungiamo il bivio con la punta Giulia: la Mongolfiera ci attende paziente mentre le mie spalle urlano invocando pietà. Chiedo loro di resistere ancora qualche minuto e continuo il mio calvario fino all’attacco. Scarico immediatamente il fardello e subito poso gli occhi sulla nostra parete: il cordone è ancora al suo posto e più in alto è ben visibile la sosta da cui si era calato Fabio.
Lasciamo da parte la tradizione avendone già a sufficienza per la salita e optiamo per fare una volta per uno; quindi al sottoscritto spetta la mannaia dell’infido zoccolo e a Fabio la goduria della seconda lunghezza, il viaggio verso l’ignoto.
Ripeto quindi la sezione su erba e roccia tipo Lego: non provo nemmeno a piazzare un chiodo tanto non servirebbe a nulla e, rapidamente, raggiungo il clessidrone a metà tiro. Salgo ancora qualche metro e pianto l’unico chiodo del tiro: ho il braccio già anchilosato, ottimo! Poi raggiungo il cordone, la mia ancora di salvezza e quindi la sosta. Oramai questa lunghezza sta diventando una formalità.
Non vedo il pile di Fabio. Tra l’imbraco, il cordino usato come bandoliera ricolma di ferri e il resto dei cordini, il novello Colombo è un bell’albero di Natale. Peserà 5 o 6 chili in più del normale!
Fabio sale rapido alla sosta, staffa, piazza lo 0.3, sposta la staffa sul friend e la carica. Il Camalot ha un movimento e di riflesso lo sfintere del capo cordata ma poi il friend rimane nella fessurina. Piazza l’1 e sale. Praticamente è al massimo punto raggiunto nel precedente tentativo. Guadagna ancora qualche centimetro e poi piazza un chiodo e un knifeblade.
Praticamente il duro del tiro è fatto ma Fabio desiste; la roccia non gli ispira grande fiducia e tanto meno un sasso malamente incastrato e così, alla fine, decide di tornare in sosta. Oramai sta diventando una routine: riusciamo a scalare da primi solo per pochi metri e poi la testa e i muscoli vanno in poltiglia!
Sono al knifeblade; osservo la roccia sopra di me: a parte il sasso-ghigliottina, non mi sembra poi così cattiva, certamente delicata ma non marcia. Salgo un po’ e piazzo il solito mitico dadino. Prima o poi dovrò decidermi a comprare qualche dado piccolo in più: il più delle volte, grazie a quel piccolo blocchetto metallico sono riuscito a uscire dal merdaio.
Salgo ancora, piazzo un paio di friend e sono a un paio di metri dal tetto. Il posto è ottimale per piazzare la sosta: finalmente abbiamo terminato il tiro! Pianto un chiodo ma questo entra per pochi centimetri; sono in piena trance da apritore: martello di destro, poi di sinistro e infine a due mani, ma quello non si smuove di mezzo millimetro. Ne metto un altro in una fessurina sulla destra e questo canta per bene per poi infilarsi completamente nella roccia. Mi intestardisco con la fessura di sinistra e provo a piazzare altri due chiodi, ma quella è evidentemente ceca perchè i ferri entrano solo per metà. Recupero Fabio che resta perplesso sulla tenuta della sosta: decidiamo di rinforzarla con un’ulteriore universale nella fessura di destra. La spaccatura non ci tradisce: ora la sosta è a prova di bomba!
Ma non è l’unico motivo per gioire. Guardando sopra la nostra testa, oltre il tetto, la fessurina continua diritta, strapiombante su roccia compatta come un castello di sabbia. Stando alla guida del CAI, la via Lario sale da lì. La nostra via, almeno nelle nostre intenzioni, traversa invece a sinistra. Fin’ora però non abbiamo incontrato nessun chiodo, nessuna traccia di una sosta e, guardando in su, la situazione è la stessa. Possibile che Boga sia passato da lì? Guardo nel camino alla mia destra: c’è un ferro arrugginito che sporge dalla parete e poco sotto una sosta con un vecchio chiodo. Cazzo, allora la Lario passa in quello stomachevole camino-fessura! E quindi qui non ci ha messo piede nessuno! Abbiamo appena sverginato un’impegnativa lunghezza! Spettacolo! Non sto più nella pelle.
Poi guardo a sinistra: il traverso non sarà per nulla una passeggiata. Fabio getta la spugna ma io ho già in mente dove tentare. Si potrebbe piazzare un friend sotto il tetto e poi uno rovescio poco più a sinistra. Quindi ci sarebbero un paio di metri al cardiopalma per poi raggiungere una nicchia sopra la quale c’è il posto per un bel 4 o forse un 3. In alternativa si potrebbe traversare direttamente dalla sosta: sembra un po’ più semplice, ma non ci sono possibilità di proteggersi, a meno di pendolare. Provo. Mi carico la ferraglia e parto; piazzo lo 0.75 nel buco e lo osservo sistemarsi. La parete alla mia sinistra è maledettamente verticale e non sembra offrire buone possibilità di traversata. L’idea poi di affidarmi ad un altro friend posizionato a testa in giù non mi rallegra. Non mi resta che tentare di piantare un chiodo; questo entra nella fessura ma poi si piega in obliquo. Continuo a studiare quella placca e la successiva nicchia. Non ho idea se questo sarà il tratto più impegnativo o se la fessura successiva ci darà altro filo da torcere; non sono convinto di proseguire e mentre lascio il criceto girare nella sua ruota, cerco tra il marasma attaccato all’imbraco una maglia rapida. La decisione è presa: abbandono, all’inizio penso definitivamente ma poi, già al sicuro della sosta, le difficoltà sono smorzate, il desiderio di tornare si fa di nuovo vivo e alla fine salutiamo la parete con un convinto arrivederci. Certo che questa salita ci sta facendo sudare non poco mettendo a nudo la nostra inesperienza in fatto di chiodatura ma il desiderio di passare là dove nessuno ha messo piede è uno sprone ben più forte delle avversità incontrate. E poi, che gusto ci sarebbe se mancasse un po’ di sana lotta con l’alpe?
Cavallo Goloso
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