EXCALIBUR – WENDENSTÖCKE
EXCALIBUR – WENDENSTÖCKE
sabato 12 settembre ’09
Un tonfo secco e sono nuovamente con i piedi per terra. Non ho subito alcuna ripercussione fisica,
semplicemente ho le orecchie basse! Con la stessa forza con cui ci aveva sollevato, il Wenden ci ha anche riportato alla cruda e dura realtà del nostro V+ e A0 .
Risaliamo lungo il delicato sentiero d’avvicinamento senza lasciarci perdere l’occasione di percorrere una variante che ci porta sopra i resti di un nevaio.
Sfruttando lo spazio tra la coltre gelata e la parete rocciosa a monte, Cece scova uno stretto pertugio mentre io e Colo lo seguiamo passando sotto il tetto
di neve gelata. Ritornati sulla traccia, lentamente saliamo verso la parete fino a raggiungere lo zoccolo alla base della parete dove corre Excalibur.
I primi fotogrammi dell’avventura mi vedono protagonista volontario mentre delicatamente mi alzo su una roccia incredibile. Mi allontano dalla sosta fino
a raggiungere un passo che non riesco a risolvere. La situazione è piuttosto spiacevole, benchè la posizione non sia fortunatamente scomoda: non sono in grado
di proseguire e l'ultima protezione brilla due o tre metri più in basso sulla destra. Sono fermo nella stessa posizione da alcuni minuti: non mi sto godendo
il panorama, ma solo lo spit in basso e la distanza “siderale” tra me e lui. Immagino il volo con relativo pendolo nel tentativo di tornare sui mie passi e
non posso non maledire la mia sete di protagonismo che mi ha gettato in questa tragicomica situazione. Poi, fulminato da un’intuizione degna di Sherlock Holmes,
individuo sulla sinistra del mio naso la soluzione rappresentata da una piccola tacca che fino a quel momento si divertiva a giocare a nascondino sulla lavagna
calcarea. Raggiungo la seguente protezione dove mi viene proposto l’ennesimo cubo di Rubik della giornata a cui poi ne seguiranno altri. Senza ricorrere a biechi
trucchi di contraffazione delle facce del dado (leggi staffate, tirate di rinvio e quant’altro), riesco, con molta pazienza dei soci che si congelano pochi metri
più in basso, a risolvere anche questo enigmatico problema fino a raggiungere la sosta.
Il secondo tiro dello zoccolo è tecnicamente più difficile, ma meglio protetto pur lasciando il grado obbligato.
Sono nuovamente fermo con un grosso punto di domanda che dondola sulla mia testa mentre mi chiedo perché non mi sia dedicato al giardinaggio,
hobby monotono ma certamente meno ricco di incognite. Dopo un paio di tentativi, riesco a superare anche questo passaggio fino a raggiungere la fatidica cengia.
Teoricamente il mio lavoro è prossimo al termine: mi manca un altro tiro (il primo di Excalibur) per poi lasciare la conduzione ai miei amici.
La via è già occupata da una coppia di svizzeri che ci aveva superato durante il prologo sullo zoccolo, così ho il tempo per gustare le mirabolanti
peripezie del funambolo che risale la ripida muraglia. Scovo le protezioni sulla parete scoprendo che la loro abbondanza è inversamente proporzionale
ai dollari di Bill Gates. Sono messo di fronte alle mie incompetenze in fatto d’arrampicata e la cosa non mi fa certo piacere: il probabile volo prima
di raggiungere la protezione equivarrebbe quasi sicuramente ad un mese di stampelle. Insomma, gioco le carte della codardia e mi tiro fuori dal gioco;
la palla passa a Cece e a Colo, ma anche questi, dopo un attimo d’esitazione, lasciano cadere il guanto della sfida.
Forse Antonio, il camoscio monocorna che ci gironzola intorno da alcuni minuti, potrebbe risolvere il nostro problema, ma non avendo con noi un imbraco
per il cornuto, decidiamo di buttare le doppie. Gesto reale e metaforico al tempo stesso: la ritirata, oltre a decretare un sonoro arrivederci alla parete
svizzera, delinea un sicuro futuro nelle falesie del lecchese e del comasco nel speriamo non troppo vano tentativo di imparare finalmente ad arrampicare!
Così, senza nemmeno aver tentato di sfiorare l’elsa di Excalibur, ritorniamo a valle attendendo il giorno in cui le magie di Merlino ci consentiranno di
estrarre la spada dalla roccia.
Cavallo Goloso
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