L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI – SENTINELLA DI VAL CODERA      

sabato 12 marzo ‘16


Sarebbe dovuta essere una di quelle salite di cui, nel giro di una manciata di settimane, non ricordare più nulla, una classica e poco significativa salita da FF invece credo né serberò per un bel po’ di tempo il ricordo. Non sarà però un pensiero piacevole: piuttosto sarà come per il reduce tornare alle battaglie e ai momenti in cui rischiava la pelle. Già, perchè la via ha cercato di farmi secco sia fisicamente che psicologicamente!

Innanzitutto dovrei chiarirmi bene in testa un concetto facile: è inutile che vada a ripetere salite da FF, non ne sono capace, non mi diverto e non scatta la molla necessaria per impegnarsi a scalare con il risultato che salgo solo per il bisogno di farlo, semplicemente perchè mi trovo lì. O devono essere vie caiane o, se sportive, che richiedano un impegno anche mentale. Non che questa sia stata una semplice passeggiata perchè comunque i suoi passi obbligati li ha proposti, tanto da farmi ribattere al penultimo tiro, ma resta il fatto che una chiodatura così ravvicinata e sicura non riesce a farmi scattare quel quid in più. Ma può anche darsi che avessi altro per la testa e, a maggior ragione, in tal caso la soluzione migliore sarebbe stata una bella e sana caianata. In ogni caso, a parte i personali risvolti psicologici, resta comunque il fatto che la via ha certamente cercato di menomarmi: prima lungo l’avvicinamento e poi sul facile tiro finale.

E pensare che tutto è iniziato nei migliori dei modi, lungo una ripida ma banale scalinata che ci porta all’inizio della traccia che conduce all’attacco. La corda fissa lichenosa, marcia e rigida come un fil di ferro è l’unico aspetto di giornata che ricordi vagamente qualcosa di caiano. Superiamo le roccette, mi infilo tra gli arbusti riempendomi di terra, rametti e quant’altro e, mentre ho in testa lo zecchificio dell’Eus, la via compie il suo primo tentativo sotto forma di un ramo che spunta infidamente dal fogliame. Alzo la gamba e il ginocchio va a scontrarsi con l’infame pezzo di legno facendomi vedere letteralmente le stelle. Passano diversi secondi prima di riuscire a farmi passare il dolore e poter appoggiare nuovamente la gamba ma poi l’incidente resta solo uno sbiadito ricordo che si farà nuovamente nitido solo all’estremità opposta della salita.

Già al terzo tiro qualcosa non gira nel verso giusto. Non mi sento in palla: certo ho in testa qualcos’altro ma c’è anche da dire che ultimamente la scalata non è stato il passatempo più frequente e, dopo un periodo prenatalizio dove sembrava potesse esserci un balzo nella scala delle difficoltà, ora sono tornato a livelli più consoni al mio stato normale. Così, pur scalando da secondo, l’arrampicata mi sembra già rasentare il limite. La lunghezza successiva non va male pur dovendo azzerare un passo ma intanto è chiaro che la molla non è scattata. Fortuna vuole che il primo tiro di 6c+ lo salgo ancora da secondo: avrei infatti certamente tirato fuori la staffa o qualche altro ammennicolo mentre Cece riesce a scalarlo in libera. Nonostante quindi la prestazione, ho ancora voglia di mettermi alla prova e quindi parto per la successiva lunghezza della stessa difficoltà. Arrivare al terzo spit è già una lotta che mi esaurisce tutte le energie cosicché, al passo successivo, non riesco proprio a proseguire. La testa non c’è: nonostante abbia lo spit vicinissimo, non mi fido a spalmare e alla fine desisto e mi calo. Così il tiro lo chiude Cece e, a quel punto, la via potrebbe essere considerata sostanzialmente conclusa mancando solo un banale 5C: bravo Cece mentre per il sottoscritto sarà meglio iniziare a pensare ad altro. Invece il piano diabolico arriva al suo ultimo atto. Parto dunque per l’ultima facile lunghezza, raggiungo un ripiano con grosso abete e poi la via sale ancora per il muretto seguente. Riprendo a scalare e, nel tentativo di raggiungere il secondo spit, perdo l’equilibrio e cado. Semplicemente precipito.

La cengia mi accoglie di schiena e testa: non mi faccio assolutamente nulla ma quel secondo spit maledetto doveva proprio essere piazzato lì? Dov’è la logica nel metterlo così a sinistra, quando c’è un bel diedro che sale diritto? Qual’è il valore aggiunto? Inveendo contro l’apritore, non mi do per vinto: risalgo il diedro, rinvio lo spit ignorante e poi raggiungo la sosta conclusiva. Se non altro ho imparato una lezione: mai sottovalutare nulla, nemmeno uno stupido 5c del cazzo!


Cavallo Goloso


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