DON ARTURO POZZI – CORNO DI CANZO ORIENTALE      

RACCONTO

DON ARTURO POZZI – CORNO DI CANZO ORIENTALE


venerdì 02 giugno ‘17


Fortuna vuole che abbia dato retta al Jag, anche se iniziare a camminare verso le 7:15 per andare ai Corni di Canzo, mi pare ancora una mezza follia. Però il fenomeno cui assistiamo è quantomeno insolito: mentre saliamo nel bosco, branchi di pesci tropicali ci nuotano attorno mentre scruto la selva per evitare di finire avvolto nelle spire di una qualche anaconda. Non ho mangiato funghi allucinogeni, semplicemente l’afa ha raggiunto livelli inimmaginabili e io espello acqua come la fontana di Trevi. Mentre quindi lasciamo dietro di noi una bava appiccicosa, proseguiamo imperterriti nella marcia spinti dal miraggio di un po’ di frescura concessoci dall’ombra della parete finchè la targa della don Arturo Pozzi arriva ad alleviare la nostra attuale sofferenza per poi catapultarci in un altro tipo di lotta.

In avanscoperta ci va il Jag, giusto dopo aver chiarito che la via sale lungo un diedro canale (ovviamente erboso) sulla destra e, quando inizio a seguirne le corde, non mi sento particolarmente a mio agio: il giardinaggio iniziale in realtà si rivela un lavoro per neofiti ma poi ci pensa una spaccatura saponosa a buttarmi nella mischia. In più, nella mia testa, iniziano a profilarsi i prossimi tratti di artificiale: mi rivedo su Stella Alpina a staffare su chiodoni marci che sembrano polverizzarsi solo a guardali. È come voler mangiare la Sbrisolona senza lasciare grosse briciole nel piatto! Il Jag invece è arrivato alla prima sosta come se nulla fosse: sembra quasi che alla vista della ruggine attivi la modalità di caiano infoiato. Mi viene il forte dubbio che le sue parole d’elogio per la sosta tutt’altro a prova di bomba da cui mi sta recuperando, non aiutino la mia psiche già destabilizzata. D’altra parte non me l’ha ordinato il dottore di ficcarmi su questa parete e, anche se lo avesse fatto, non sarebbe stata una scusa convincente per rimanerci, semplicemente è quella maledetta aquila tatuata sul cuore che mi spinge in simili avventure e, a quella, non si può dire di no! Poi arriva il mio turno: un bel traverso verso destra su chiodi che, almeno inizialmente, sembrano i denti di un novantenne, pronti a staccarsi mangiando la pastina! In realtà il problema maggiore si rivela ben presto un altro: chi ha disegnato questa linea, si deve essere evidentemente dimenticato di passare la colla su tutta l’accozzaglia di massi che costituisce la via col risultato che la roccia passa in continuazione da eccellente a marcia! D’altra parte la guida è stata chiara fin dall’inizio: “la via è un insieme degli stili d’arrampicata dei Corni”. Artificiale su chiodi marci, scalata su roccia stile sabbia grossolana e placche completamente lisce. Una bella macedonia indigesta!

Non capisco il ragionamento ma il risultato è che anche sul tiro seguente mi trovo a fare da capocordata. Alla fine mi porto a casa la lunghezza più marcia della mia vita, tanto disfatta che anche solo a toccare la roccia coi pantaloni questa viene attratta verso il basso come la mela di Newton! Praticamente mi sento come un neonato: cago senza nemmeno accorgermi, solo che in questo caso, gli stronzi sono sostituiti da pezzi di roccia che si involano solo sfiorandoli con i pantaloni. Se però si sa scegliere con attenzione la sequenza di appigli e appoggi, ecco che il campo minato si supera senza troppi problemi. In realtà, una volta in sosta e convinto di essere riuscito a sopravvivere anche questa volta, ci troviamo a metà del campo mortale: se la lunghezza appena superata mi era sembrata un tantino delicata, quella seguente è infatti un’altra roulette russa con l’aggiunta dell’immancabile erba (e così chiudiamo il cerchio con gli stili d’arrampicata dei Corni!). Quando raggiungo il ridente Jag, mi trovo davanti ad una fila di chiodi ruggini che perforano la parete strapiombante sopra le nostre teste. Mi viene voglia di abbandonare tutto ma non trovo la scusa adatta anche perchè quel maledetto istinto autolesionista caiano inizia a gongolare ed eccitarsi. Non mi resta quindi che staffare a ripetizione su ferri tutto sommato ben piantati e apparentemente solidi fino a raggiungere la sosta dichiarata ad una trentina di metri da quella di partenza ma che da quassù sembra permettermi di stringere la mano all’amico. Sulla lunghezza seguente la musica si ripete anche se, presa la staffa del Jag, ho un’iniezione del gene Bolt che rende la progressione ancora più rapida proiettandoci in prospettiva verso la parte alta della parete se non fosse che, nel frattempo, il clima alle nostre spalle inizia a dare i primi segni di indisposizione. Già da un po’ infatti ci arrivano i brontolii del temporale sulla Grigna mentre le nuvole minacciose sul Resegone e in Valsassina sembrano in procinto di raggiungerci spinte dalla fresca brezza. La situazione è enigmatica: proseguire verso l’alto sapendo che la prossima sosta non è a prova di bomba o levarsi di torno finchè siamo in tempo? Insomma, la scusa sembra pronta e impacchettata ma non siamo ancora sicuri di scartarla anche perchè, in fondo, stiamo lottando per bene. Potremmo giocarcela a carta-forbice-sasso oppure con la tenuta del prossimo chiodo: se regge, proseguiamo, se si sfila dalla fessura, ci ritiriamo! Insomma, siamo come di fronte ad un banchetto, dove nessuno vuole essere il primo a iniziare: alla fine però lo stomaco si apre, mi tuffo sulle leccornie e inizio a staffare come un gambero lasciandomi così intortare da un cielo che, alla fine, non farà cadere neppure una goccia!


Cavallo Goloso


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