DIMITRI – PARETE AI MONTI      

mercoledì 25 aprile ‘18


Mi sento carico e affamato. Ho una stramaledetta voglia di fare una via senza però dover mangiare erba e terra o, peggio, ricorrere a insoliti e dimenticati stratagemmi per uscire dalla parete. Così sfoglio la guida del Ticino alla ricerca di qualcosa che possa rispondere alle mie difficili esigenze: nessuna salita plaisir (per cui provo una certa avversione) e arrampicata da lotta falesistica! Non impiego molto a trovare la prescelta e così lancio la proposta ai ravanatori. La pallina però cade nel vuoto, rimbalza sul campo e poi rotola via abbandonata. La zia d’America venuta in visita, un’interessante conferenza sulla relazione tra l’allineamento di Giove e Saturno e la caduta dell’impero Maya o, più semplicemente, lo schermo di WhatsApp su cui rotolano le palle d’erba dei film Western sono le risposte che riesco ad ottenere eccetto per Gughi che, credo con qualche punto interrogativo, accetta la proposta trovandosi così ad inseguire il mio deretano su per l’avvicinamento.

Mi sento come un segugio alla ricerca dei tartufi: fiuto l’aria alla ricerca degli ometti e poi, individuato l’obiettivo, cavalco tra i massi finché la mia corsa verticale si arresta alla base dell’attacco. Guardo la parete e la fila di fix mi lascia un attimo interdetto: non sarò mica incappato nella classica via ticinese super protetta? Oramai siamo qui e non ho certo intenzione di mettermi a fare lo schizzinoso così mi preparo e inizio a salire. Sopra il primo fix sono già nella merda: una lavagna liscia con una impercettibile micro tacchetta per i piedi. Ringrazio la chiodatura ravvicinata svelando la mia doppia personalità di codardo poi estendo al massimo il braccio sfruttando l’effetto uomo di gomma fino ad un corrugamento della roccia che, nella mia testa, dovrebbe essere una specie di proto-tacca e, pregando che la suola della scarpetta resti appiccicata alla minuscola asperità, mi alzo oltre il passo duro. Se questo dev’essere un assaggio di quello che ci aspetta, credo che tra non molto butteremo le doppie! Invece la scalata prosegue senza intoppi e anche piuttosto rapidamente tanto che alla base del primo tiro duro mi sento in vena di provare la libera estrema. Lascio quindi la sosta e arrivo al diedro; ce la metto tutta ma alla fine devo appendermi proprio all’inizio delle difficoltà: il tratto tra i due fix è obbligato, senza alcuna possibilità di integrazione. Trovo la soluzione teorica e poi riprendo a salire mentre il duro resta sotto le mie scarpe. Sul tiro seguente perdo la pazienza e alla fine ricado nel ciapa e tira ma è sulla penultima lunghezza impegnativa che raggiungo l’apice senza nemmeno provare a passare toccando la roccia. Sul tiro seguente la mia personalità ambivalente torna a fare mostra di sé e così, dopo il lato caiano, ecco quello da FF ad avere il sopravvento. Dovrebbero chiamarmi Giano bifronte! Raggiungo infatti la sosta dopo una notevole prestazione a vista mentre sento praticamente la vetta in tasca. Infatti, quando sto per rinviare la sosta della penultima lunghezza, da sotto arriva una tegola: “aspetta! Qua c’è un groviglio enorme!” quindi Gughi alza la matassa che si trova tra le mani, una specie di cubo di Rubik fatto di corde senza né capo né coda. Mi accomodo alla sosta per quanto possa essere piacevole restare appesi a mezz’aria con i piedi che iniziano a scoppiare e, mentre aspetto che l’amico termini il dottorato in “sgrovigliologia” inizio ad assillarmi con la partenza dell’ultimo tiro. Non ho la minima idea del tempo passato a farmi tagliare dall’imbraco ma non ho nemmeno alcuna intenzione di scendere a dare manforte a Gughi: ho già il morale sotto i tacchi per quello che mi aspetta e l’elevata probabilità che dovremo gettare le doppie. Così mentre mi arrovento il cervello sperando che, mettendo un piede sopra la sosta, riuscirò a brancare il primo fix, Gughi risolve l’equazione anche perchè, con la mia massima comprensione, non avrebbe potuto fare altrimenti!

Così posso affrontare il mio ultimo incubo: una fessura svasa su una parete quasi verticale. Lascio la sosta, mi allungo il più possibile e riesco ad infilare il rinvio per poi scoprire alcuni regali inaspettati: prima un paio di buchi netti lungo la spaccatura e poi una tacca nascosta a sinistra che mi permettono di prendere il largo e uscire dalla parete.


Cavallo Goloso


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