CLARA – PRIMO MAGNAGHI (O MAGNAGHI MERIDIONALE)      

sabato 14 giugno ‘14


Bella, bella, bella! Respiro a pieni polmoni l’aria dell’alpinismo, dell’arrampicata come piace a me, del classico, dell’antico. Assaporo ogni momento, gusto il sapore forte ma al contempo delizioso dell’avventura e i movimenti delle mani che accarezzano la roccia. Forse qualche metro più in basso la situazione era un po’ meno poetica, ma d’altra parte la roccia scorbutica è il pegno da pagare per vivere una salita raramente ripetuta.

Tutto inizia quando, col corso caiano, siamo scesi dallo spigolo Falc e poi siamo rientrati dal primo tiro della Graziella; la via di Bonatti se ne sta lì, imbronciata, abbandonata a se stessa ma, del resto, il suo biglietto da visita non è certo accattivante. La osservo per l’ennesima volta e ora, quel suo viso scorbutico sembra svelare un sommesso sorriso che ammicca qualcosa; la via pare quindi voler schiudere per un attimo le sue porte: osservo nuovamente la roccia che non sembra poi così male pur mantenendo sempre quel suo carattere giallastro generalmente poco rassicurante. Apro quindi la scatola dei progetti, una specie di bomba ad orologeria, e ce la infilo dentro.

Sono in parola con Marco per andare a fare una super via in Svizzera peccato che prima la colonnina di mercurio decida di schizzare verso l’alto per poi tornare a precipitare verso il basso causa temporali. Il programma ovviamente salta e ora siamo alla ricerca di un’alternativa sapendo che nel primo pomeriggio dovrebbe venire a piovere. E così la scatola sussulta, il coperchio si solleva e Clara salta fuori; l’amico è ben propenso e accetta di buon grado la nuova avventura e quindi ci troviamo sotto l’attacco con due fili d’erba per decidere chi parta per primo. Cordata che formi, accordo che trovi! Alla fine vinco il secondo turno risparmiandomi il tiro più impegnativo, quello che ora mi incute un po’ di timore: la lama iniziale starà lì o si staccherà improvvisamente? E poi i chiodi nel diedro più in alto saranno ben saldi o si sfileranno come aprendo una cerniera? Guardo Marco salire senza toccare un solo chiodone: la lama iniziale ha tenuto, in alto la chiodatura sembra buona e, rapidamente, raggiunge il punto di sosta. Certo, abbiamo tradito Bonatti rinviando un paio di spit della nuova via moderna che sale sulla destra ma di fatto si era praticamente fuori dal giallo. È il mio turno: tiro delicatamente la lama e quella resta al suo posto. Salgo al diedro e raggiungo il primo vecchio, arrugginito, chiodo. Lo guardo, lo tasto e lo tiro: per me il classico deve restare classico, meglio azzerare che volare! Salgo il diedro e poi inizio a traversare verso destra; anch’io ho il mio momento di brivido: Marco ha rinviato un chiodo evidentemente usato per una ritirata (d’altra parte, è pur sempre meglio proteggersi una volta in più che una in meno!) solo che la cosa mi obbliga a disarrampicare avendo le successive e poco affidabili protezioni spostate sulla destra. Cerco di non pasticciare con i piedi e alla fine mi salvo! Arriva quindi il mio turno: prendo il materiale e, come un albero di Natale, lascio la sosta. I primi metri scorrono veloci: la roccia è veramente bella ma ho in mente il diedro liscio della relazione. Tiro i due cordoni rinsecchiti che penzolano dal ferro a protezione del passo più duro e sono alla base del diedro: il “mostro” del secondo tiro è in realtà estremamente docile e si lascia superare senza porre alcuna resistenza. Sono in sosta, la via verso la cima è oramai dischiusa, sotto di noi restano due lunghezze da favola mentre la scatola dei progetti si ingrossa e si riempie sempre di più.


Cavallo Goloso


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