CERCHIO DI GESSO – ALTARE      

sabato 21 aprile ‘18


Sette anni dopo torno sul luogo del misfatto perchè alla domanda “che si fa sabato?” rispondo: “andiamo in Valle?”.

“Si! Dai, buona idea. Cosa facciamo?”

Lì per lì mi trovo spiazzato. A guardare la guida ci sarebbero decine di papabili ma quel nome e soprattutto quel diedro erboso mi sono rimasti in mente così lancio l’azzardo.

“Cerchio di Gesso?”

Lo stagista Walter ci pensa un po’ su poi con un mezzo sorriso mi domanda che difficoltà abbia la via: forse ha iniziato a conoscermi meglio.

“VI e A2”, almeno così dice il Gaddi.

“Ottimo! Ci sto: è un sacco di tempo che volevo andare in Valle! Non ci ho mai scalato”.

Beh, diciamo che come prima esperienza potrebbe esserci qualcosa di meglio eppoi parlare di vera scalata mi pare un po’ troppo ma me ne sto zitto e tranquillo approfittando di una risposta così immediata e decisa che non si vedeva dai tempi del Diedro Maestri.

Poi saggio il terreno con gli altri ravanatori ma l’unico che lascia un filo di speranza è “gambe da merlo” Jag.

Così sabato mattina siamo in tre al solito parcheggio, carichiamo la Punto e partiamo in spedizione. A san Martino l’arietta è quasi frizzante ma sopra il Gatto Rosso si inizia a schiattare: ci sarà da divertirsi sulle placche in alto! Poi arriviamo alla base dell’accesso e iniziamo a ravanare. Il diedro è bagnato: agguanto la fissa che penzola sulla destra e mi tiro su a forza di braccia e poi iniziamo il nostro viaggio nell’orto lungo un diedro che si snoda tra alberi e Herbus Mellicus, la mitica erba della Valle con una tenuta superiore al kevlar e che sta nel limbo tra l’infida traditrice e la benefica risolutrice.

Sul primo vero tiro d’arrampicata saggio l’aderenza, un muretto delicato e poi tanta ma tanta verdura. Ma la vera lotta inizia dopo. Appena lo vedo ho un flashback. Sono più giovane. Ho più sale in zucca e non chiaro quello a cui sto andando incontro. Ne uscirò con evidenti segni di squilibrio mentale, provato come nelle migliori lotte caiane, disposto solo ad alzare bandiera bianca e pronto a giurare che qui non ci metterò più piede. Infatti rieccomi ad affrontare i fantasmi del passato. Dev’essere che in fondo ho un sadico gusto per le sfide lasciate a metà.

Mi domando perchè non vada avanti lo stagista Walter oppure gambe-di-merlo-Jag ma non dico nulla e riprendo a salire. All’inizio è solo una lotta con i rovi, arbusti con spine grosse come frecce. In Valle è tutto più grande: le zolle d’erba, la paura, la distanza tra le protezioni e anche sti strafottutissimi rovi. Mi graffio come quando avevo 10 anni, anzi no: all’epoca ero più saggio, non mi sarei mai conciato così. Poi sono all’inizio della placca: vedo in alto il chiodo col cordino marcio. Gli anni passano anche per loro: erano logori e cadenti 7 anni fa e il tempo non li ha certo migliorati. Spalmo insolitamente tranquillo, arrivo sotto il cordino rigido come un fil di ferro ma lo trovo slegato. Anche 7 anni fa era nelle stesse condizioni: ho il forte dubbio che non sia passata molta gente da queste parti. Mi alzo quel tanto per rinviare e accorgermi che il chiodo va in altalena. Avviso chi sta sotto ma l’incoraggiamento che mi arriva è sempre il solito: cazzi tuoi! Anch’io sarei stato così solidale. Poi inizio a scalare, mangiare terra, strappare zolle e sperare di non precipitare a valle. Mi domando perchè diavolo mi ficchi in queste situazioni: se la via è poco ripetuta un motivo ci sarà! Eppure non posso farne a meno, è più forte di me. È come quando sono davanti ad un vassoio di pasticcini: “questo è l’ultimo” e poi vado avanti fino a finire anche la più piccola briciola.

L’ Herbus Mellicus si diverte a fare la stronza: strappo una zolla e scopro il tesoro dei pirati, una bella fessura per lo 0,75. Poi all’uscita mi salva le chiappe: ne afferro i lembi, ci salto su e arrivo alla sosta. La stessa dell’altra volta: forse la maglia rapida e il cordino sono i nostri. Il tempo è stato parecchio inclemente!

Recupero gli amici e poi studiamo il da farsi. Non mi sento pronto per la camicia di forza (sempre che quella non avrebbero dovuto mettermela qualche giorno fa!) e voglio andare avanti così provo prima sopra la sosta e poi sulla destra, dove la parete mi era sembrata impossibile. Scovo una corta fessurina, ci piazzo lo 0,75 ma oltre non sembrano esserci possibilità: provo a staffare ma poi dovrei piantare un chiodo e non ne ho la minima voglia. Il Cerchio resta solo abbozzato, una linea curva simile alla bocca della faccina triste e noi raggiungiamo la base di Piedi di Piombo giusto per scalarne qualche tiro. Parto sulla fessura diedro strapiombante. Urlo perchè sembra che quelli forti facciano così e quindi a qualcosa servirà e infatti arrivo alla sosta intermedia del primo tiro senza aver tirato un solo friend. Poi ritorna la lotta con tanto di immancabile staffata finale: le braccia chiedono pietà e anche la voglia di proseguire è affondata come il Titanic così, accantonata ogni altra ambizione, torniamo sulla terra orizzontale.


Cavallo Goloso


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sabato 12 febbraio ‘11


Voglio essere certo di una sola cosa e non tardo a far partecipe Cece della mia volontà: voglio tirare, ma non solo i rinvii; almeno una lunghezza la voglio salire da primo.

Sono con Cece e Luca, mentre Ema e Fabio formano la seconda cordata. Se ci fosse anche Colo, completeremmo il sestetto caiano per eccellenza.

A San Martino il sole è latitante: se ne sta dietro le montagne, pigro in attesa di sollevarsi quel tanto necessario per illuminare le pareti della valle. Così noi pattiniamo all’ombra mentre ci avviciniamo al testone del Precipizio. Abbiamo materiale sufficiente per una spedizione pesante al Capitan o, se preferiamo, per aprire un negozio di ferraglia da montagna. Tra corde, rinvii, cordini, moschettoni, friend, dadi, chiodi, cliff (non si sa mai!) e un solo martello facciamo la nostra bella figura di acronistici scalatori. I copperhead li lasciamo in macchina: tecnologia troppo moderna. Ma del resto anche l’obiettivo è di quelli d’altri tempi, da archeologia dell’arrampicata mellica. Una delle prime vie salite in valle e forse anche una delle prime di cui ci si è scordata l’esistenza. Sarà per la presenza di vicine più blasonate, sarà per il suo percorso, fatto sta che cinque perdigiorno rivolgono le loro attenzioni alla bistratta Cerchio di Gesso.

Cece mi aveva fatto capire che la sua testolina malata aveva partorito un’altra idea malsana ben sapendo che la mia testa dura avrebbe colto al volo l’occasione e non si sarebbe certo tirato indietro. Restava solo da convincere gli altri tre: difficile come regalare un lecca lecca ad un bambino. E così eccoci sulla prima lunghezza dello storico percorso. Cece segue la fessura iniziale aggirando lo strapiombo e sparendo dalla nostra vista coperto com’è da un grosso roccione proprio sopra le nostre teste. La corda continua a filare e dal capocordata nessuna notizia. Poi ad un tratto un forte rumore ci lascia come impietriti. Qualcosa sta venendo giù dal punto in cui Cece è salito. Una scarica! Si, una scarica di foglie! È un turbinio che cade leggero sulle nostre teste mentre rincuorati gustiamo l’insolita pioggia.

Sulla lunghezza seguente rimetto le scarpe da trekking: salire con le scarpette sul fogliame frammisto a zolle erbose e brevi tratti di sottobosco ha lo stesso effetto di un pavimento su cui è stata appena passata la cera. Poi il canale termina e torniamo a vedere la roccia, ovviamente ancora frammista a erba, muschi e licheni. Forse poteva tornare utile un falcetto!

Più in alto e verso sinistra vediamo la netta fessura-diedro della lunghezza di artificiale, quello che, sulla carta, dovrebbe essere il tratto più impegnativo dell’intera salita. Sfodero nuovamente le scarpette e seguo Cece prima su placca e poi su cengia erbosa. Non sono ancora arrivato alla sosta che ricevo quanto richiesto. Per la serie “hai voluto la bicicletta? Pedala!”, Cece mi porge le corde promettendomi un bel tiro in fessura tipo quello appena salito. Solo che poi si rivelerà una bufala, nel senso che sarà una di quelle lunghezze da antologia dell’alpinismo caiano d’esplorazione.

Sono rincuorato solo dal fatto che, secondo la guida, siamo lontani dal limite umano possibile: la lunghezza è dichiarata di V, una bella fessura, erbosa certo ma, in fondo, solo di quinto. Saprò ben scalare su una fessura di V e così parto verso l’ignoto. Già all’inizio pianto un chiodo: la placca d’aderenza che mi aspetta non promette nulla di buono e una bella protezione subito dopo la sosta è quello che ci vuole. Meglio abbandonare un pezzetto metallico che sfracellarsi sulla pianta dove restano appollaiati i miei amici. E poi faccio ciò che a Luca piace di più: spingo sui piedi e sono al cordino marcio slegato appeso al vecchissimo chiodo sopra la mia testa. Il chiodo balla. Non troppo, però non è stabilissimo. Un po’ come quando sei piccolo e si muove il dentino e non vedi l’ora che cada così poi il topino ti porta il soldino. Solo che qui, se il chiodo si stacca, rischio di fare la fine della mosca in autostrada: spiaccicata sul parabrezza!

Piazzo un friend giusto per rincuorarmi e inizio a salire lungo la stretta fessura, mentre i piedi cercano l’appoggio sulla miglior zolla. Tranquillo come Luigi XVI dopo la presa della Bastiglia, raggiungo una piccola cengia. Davanti a me un chiodo rosso mi appare come un faro. Mi ci appendo, mi avvinghio al suo anello e continuo a salire fino a piazzare un C3 e un dadino. Devo tirarli per proseguire, mettendo il piede sulla zolla davanti a me. Ma non mi fido di quella protezione e così pianto il secondo chiodo della giornata. Lo tiro, ginocchio sulla zolla e poi mi rizzo in piedi sull’erba. Di fianco a me, una simpatica signorina incappucciata affila la lama della sua falce. Cerco disperatamente una presa tra le zolle davanti a me e poi, finalmente, riprendo a salire fino ad un comodo ripiano a sinistra della fessura. Pianto il terzo chiodo e salgo fino ad un arbusto. Provo a ritornare verso destra, ma lo spalmo è troppo estremo e ho oramai esaurito ogni cartuccia. Tento anche di passare a sinistra ma proprio non trovo una soluzione. Alla fine desisto e ritorno al ripiano da cui recupero i mummificati partecipanti della salita.

Il tiro di artificiale è lì, a una decina di metri da noi, ma non siamo in grado di raggiungerlo; ci separano pochi metri su roccia intasata di erba e muschio e dopo una lunga consultazione, decidiamo di abbandonare la ripetizione. La nostra via di salvezza è alcuni metri a sinistra, dove scorgiamo una sosta di calata di Piedi Piombo.

Siamo ancora in preda all’eccitazione da film sull’Eiger e non tardiamo a immedesimarci in Hinterstroisser e company: alla nostra sinistra si trova la galleria del treno, mentre sotto di noi la parete reclama il suo compenso. Non so perché, ad eccezione di Fabio, siamo dell’idea che dovremo raggiungere quella sosta, fatto sta che Luca-Hinterstroisser inizia a traversare. Raggiunge il canale e quindi la placca. Deve solo risalirla. L’uomo di Divieto di Sosta danza sulla roccia e raggiunge la nostra salvezza: salutiamo il caianesimo estremo, il diedro strapiombante e ritorniamo alla vita lasciando in parete un patrimonio inestimabile tra chiodi, cordini per la sosta e una maglia rapida.


Cavallo Goloso


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