CERCHIO DI GESSO – ALTARE      

RACCONTO

CERCHIO DI GESSO – ALTARE


sabato 12 febbraio ‘11


Voglio essere certo di una sola cosa e non tardo a far partecipe Cece della mia volontà: voglio tirare, ma non solo i rinvii; almeno una lunghezza la voglio salire da primo.

Sono con Cece e Luca, mentre Ema e Fabio formano la seconda cordata. Se ci fosse anche Colo, completeremmo il sestetto caiano per eccellenza.

A San Martino il sole è latitante: se ne sta dietro le montagne, pigro in attesa di sollevarsi quel tanto necessario per illuminare le pareti della valle. Così noi pattiniamo all’ombra mentre ci avviciniamo al testone del Precipizio. Abbiamo materiale sufficiente per una spedizione pesante al Capitan o, se preferiamo, per aprire un negozio di ferraglia da montagna. Tra corde, rinvii, cordini, moschettoni, friend, dadi, chiodi, cliff (non si sa mai!) e un solo martello facciamo la nostra bella figura di acronistici scalatori. I copperhead li lasciamo in macchina: tecnologia troppo moderna. Ma del resto anche l’obiettivo è di quelli d’altri tempi, da archeologia dell’arrampicata mellica. Una delle prime vie salite in valle e forse anche una delle prime di cui ci si è scordata l’esistenza. Sarà per la presenza di vicine più blasonate, sarà per il suo percorso, fatto sta che cinque perdigiorno rivolgono le loro attenzioni alla bistratta Cerchio di Gesso.

Cece mi aveva fatto capire che la sua testolina malata aveva partorito un’altra idea malsana ben sapendo che la mia testa dura avrebbe colto al volo l’occasione e non si sarebbe certo tirato indietro. Restava solo da convincere gli altri tre: difficile come regalare un lecca lecca ad un bambino. E così eccoci sulla prima lunghezza dello storico percorso. Cece segue la fessura iniziale aggirando lo strapiombo e sparendo dalla nostra vista coperto com’è da un grosso roccione proprio sopra le nostre teste. La corda continua a filare e dal capocordata nessuna notizia. Poi ad un tratto un forte rumore ci lascia come impietriti. Qualcosa sta venendo giù dal punto in cui Cece è salito. Una scarica! Si, una scarica di foglie! È un turbinio che cade leggero sulle nostre teste mentre rincuorati gustiamo l’insolita pioggia.

Sulla lunghezza seguente rimetto le scarpe da trekking: salire con le scarpette sul fogliame frammisto a zolle erbose e brevi tratti di sottobosco ha lo stesso effetto di un pavimento su cui è stata appena passata la cera. Poi il canale termina e torniamo a vedere la roccia, ovviamente ancora frammista a erba, muschi e licheni. Forse poteva tornare utile un falcetto!

Più in alto e verso sinistra vediamo la netta fessura-diedro della lunghezza di artificiale, quello che, sulla carta, dovrebbe essere il tratto più impegnativo dell’intera salita. Sfodero nuovamente le scarpette e seguo Cece prima su placca e poi su cengia erbosa. Non sono ancora arrivato alla sosta che ricevo quanto richiesto. Per la serie “hai voluto la bicicletta? Pedala!”, Cece mi porge le corde promettendomi un bel tiro in fessura tipo quello appena salito. Solo che poi si rivelerà una bufala, nel senso che sarà una di quelle lunghezze da antologia dell’alpinismo caiano d’esplorazione.

Sono rincuorato solo dal fatto che, secondo la guida, siamo lontani dal limite umano possibile: la lunghezza è dichiarata di V, una bella fessura, erbosa certo ma, in fondo, solo di quinto. Saprò ben scalare su una fessura di V e così parto verso l’ignoto. Già all’inizio pianto un chiodo: la placca d’aderenza che mi aspetta non promette nulla di buono e una bella protezione subito dopo la sosta è quello che ci vuole. Meglio abbandonare un pezzetto metallico che sfracellarsi sulla pianta dove restano appollaiati i miei amici. E poi faccio ciò che a Luca piace di più: spingo sui piedi e sono al cordino marcio slegato appeso al vecchissimo chiodo sopra la mia testa. Il chiodo balla. Non troppo, però non è stabilissimo. Un po’ come quando sei piccolo e si muove il dentino e non vedi l’ora che cada così poi il topino ti porta il soldino. Solo che qui, se il chiodo si stacca, rischio di fare la fine della mosca in autostrada: spiaccicata sul parabrezza!

Piazzo un friend giusto per rincuorarmi e inizio a salire lungo la stretta fessura, mentre i piedi cercano l’appoggio sulla miglior zolla. Tranquillo come Luigi XVI dopo la presa della Bastiglia, raggiungo una piccola cengia. Davanti a me un chiodo rosso mi appare come un faro. Mi ci appendo, mi avvinghio al suo anello e continuo a salire fino a piazzare un C3 e un dadino. Devo tirarli per proseguire, mettendo il piede sulla zolla davanti a me. Ma non mi fido di quella protezione e così pianto il secondo chiodo della giornata. Lo tiro, ginocchio sulla zolla e poi mi rizzo in piedi sull’erba. Di fianco a me, una simpatica signorina incappucciata affila la lama della sua falce. Cerco disperatamente una presa tra le zolle davanti a me e poi, finalmente, riprendo a salire fino ad un comodo ripiano a sinistra della fessura. Pianto il terzo chiodo e salgo fino ad un arbusto. Provo a ritornare verso destra, ma lo spalmo è troppo estremo e ho oramai esaurito ogni cartuccia. Tento anche di passare a sinistra ma proprio non trovo una soluzione. Alla fine desisto e ritorno al ripiano da cui recupero i mummificati partecipanti della salita.

Il tiro di artificiale è lì, a una decina di metri da noi, ma non siamo in grado di raggiungerlo; ci separano pochi metri su roccia intasata di erba e muschio e dopo una lunga consultazione, decidiamo di abbandonare la ripetizione. La nostra via di salvezza è alcuni metri a sinistra, dove scorgiamo una sosta di calata di Piedi Piombo.

Siamo ancora in preda all’eccitazione da film sull’Eiger e non tardiamo a immedesimarci in Hinterstroisser e company: alla nostra sinistra si trova la galleria del treno, mentre sotto di noi la parete reclama il suo compenso. Non so perché, ad eccezione di Fabio, siamo dell’idea che dovremo raggiungere quella sosta, fatto sta che Luca-Hinterstroisser inizia a traversare. Raggiunge il canale e quindi la placca. Deve solo risalirla. L’uomo di Divieto di Sosta danza sulla roccia e raggiunge la nostra salvezza: salutiamo il caianesimo estremo, il diedro strapiombante e ritorniamo alla vita lasciando in parete un patrimonio inestimabile tra chiodi, cordini per la sosta e una maglia rapida.


Cavallo Goloso


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