CASSIN – TORRE COSTANZA      

RACCONTO

CASSIN – TORRE COSTANZA


sabato 30 agosto ‘14


Alpinisticamente parlando si sta per concludere uno dei peggiori agosto di sempre e, con esso, praticamente ogni speranza di portare a casa una super caianata, salvo improbabili occasioni nel prossimo settembre. Eppure, in questa nera estate, proprio oggi ho quasi rischiato di salvare la stagione, di portare a casa un’impresa che, tutto sommato, si sarebbe potuta configurare quasi come epica. Probabilmente è tutto merito dell’inizio, di una partenza raffazzonata all’ultimo, dopo aver declinato l’invito per Finale: sinceramente non ho proprio alcuna voglia di andare in Ligura per fare due tiri in falesia. Io voglio caianare! Così punto la sveglia (che però non sento), chiamo Micol e mi pianifico la giornata del solitario con saccone stracarico al seguito. Arrivo al parcheggio, mi carico la soma e inizio a camminare. Non mi pare proprio di correre (anche perchè col carico sulle spalle che schiaccia come una pressa chi ne sarebbe capace?), mi muovo quasi a tentoni nella nebbia tanto da non essere neppure sicuro di trovarmi nel canale giusto eppure, alla fine, sono alla base della Cassin dopo solo un’ora di marcia. L’isolamento è completo: qui non ci mette piede anima viva forse anche per l’accesso che potrebbe, nel suo piccolo, rappresentare già un’interessante avventura; sul cellulare non compare neppure l’ombra di una tacca e, per di più, non ho nemmeno la compagnia della roccia che sembra fagocitata dalla nebbia! Tiro fuori l’armamentario, mi vesto da Robocop e inizio a salire; sarà un costante incremento delle difficoltà: prima prato verticale, poi roccia con prato verticale, quindi limite umano, poi superamento di primo livello del limite umano e infine superamento di secondo livello del limite umano! Insomma, mi sono confezionato un regalino niente male!

Supero quindi il prato verticale trovando un inaspettato spit che mi permette di predisporre la prima sosta e recuperare il compagno silenzioso. Lui sale strisciando sull’erba ma senza mai lamentarsi: d’altra parte dovrà pure pagare il biglietto della gita! La roccia con prato verticale scorre senza particolari problemi: come consuetudine, tiro i ciuffi d’erba, verifico che il tagliatore della Ravensburger abbia fatto un buon lavoro (ma più avanti avrò modo di confrontarmi con un puzzle ben più instabile!) e quindi raggiungo la sosta a chiodi, la carico e mi calo. Il passeggero muto sfrega sui sassi ma non dice nulla. Del tiro seguente ho un vago ricordo: la via l’avevo infatti già percorsa anni fa con Lorenzo e, all’epoca, era certamente stato un exploit e una vera lotta con l’alpe in onore del visionario Cassin. Ho presente il diedrino che ora si erge verticale e altezzoso: tiro due chiodi, piazzo due friends e lo liquido. Ora è placca, una stupenda e semplice lavagna butterata come una specie di cassata che va a morire sotto un muro strapiombante giallo e, come insegna il forte Luca, dove c’è il giallo c’è il marcio! Per ora non mi preoccupo: mi assicuro alla sosta e torno indietro. Con il saccone tra le gambe, tornare da dove mi sono calato non è il massimo della vita ma il peggio lo deve provare, ancora una volta, l’ingombrante appendice che raschia e si spella sulla parete. Il muro davanti a me è impossibile! Cassin però è un genio: breve traverso a sinistra e poi si torna a salire per una fessura con superamento di primo livello del limite umano. L’incipit però non è dei più allettanti: il secondo chiodo ha l’anello parzialmente spezzato che dondola come un dente da latte. Lo tiro delicatamente (d’altra parte non vedo alternative), mi alzo prestando attenzione ad un blocco che sembra in procinto di rompersi e rinvio il ferro successivo. Ora sprofondo ancora di più nel letame: i tagli del puzzle sono fatti coi piedi e la roccia sembra stare insieme per miracolo. Se poi si aggiunge che alcuni chiodoni ispirano decisamente poca fiducia, si ottiene il mix micidiale della morte certa! Supero lo spigoletto verticale e proseguo lungo la fessurina ora più appoggiata. Davanti a me ho una specie di nicchia difesa da un mosaico di pietre: la raggiungo senza staccare alcun tassello e quindi continuo lungo il successivo diedro fessura. La situazione migliora ma quando raggiungo la compatta placchetta finale sono provato e prosciugato: recupero sacco e materiale e poi mi ripiglio un attimo. Intanto la palla delle difficoltà lievita ulteriormente come la pasta della pizza: superamento del limite umano di secondo livello! Praticamente mi trasformo in un enorme pisello che si va ad infilare in una gigantesca vagina umida e muschiosa. L’esperienza è tutt’altro che piacevole: lascio la sosta e staffo; piazzo un friend e staffo. Raggiungo un chiodo e staffo. Praticamente la solfa si ripete uguale per un po’ di volte portandomi ad incunearmi sempre di più nella fenditura strapiombante intasata di muschio, alghe e terra. Striscio e scivolo come un verme cercando di guadagnare la protezione successiva fino ad arrivare ad un ottimo dado incastrato. Il più sembra sotto le mie chiappe: la parete si fa verticale e poi si appoggia aprendosi in un accogliente camino, provo quindi a staffare ma finisco solo nel vuoto assoluto; ho finito i friends e non ho la minima idea di cosa poter infilare per passare oltre. Resto appeso come un salame per un’infinità di minuti; provo ancora con alcuni disperati tentativi ma alla fine non mi schiodo. L’unica soluzione è uscire dalla vagina senza aver raggiunto l’orgasmo!

Quando sono nuovamente sul terrazzino e mi resta solo una calata da fare, non riesco a trattenere un sospiro di sollievo anche se poi le sorprese sono lungi dall’essere finite! La calata infatti si rivela insufficiente per toccare terra e così sono costretto a pendolare fino alla sosta terminale del tiro con roccia e prato verticale. Inizio quindi il recupero delle corde ma queste non si muovono di uno sputo: ci manca solo di restare incrodato quassù ad un tiro di schioppo dalla salvezza! D’altra parte non sarei il primo a fare una simile fine! Siccome però non ho alcuna intenzione di lasciare questo mondo, ruzzo ancora più forte fino a farmi venire i crampi ai possenti muscoli delle braccia: la corda finalmente si smuove e io lascio la parete. D’altra parte, ci vuole costanza per raggiungere un obiettivo!


Cavallo Goloso


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