BRAMANI FASANA – ZUCCO DI PESCIOLA      

domenica 03 giugno ‘18


Sono perplesso: sono col corso caiano e sto salendo in funivia ai piani di Bobbio? È finito l’alpinismo della lotta con l’alpe, le salite sputa sangue, i viaggi a braccetto con la morte. No, oggi al corso vogliamo le comodità, la roccia bella e i resinati e così alla fine vengono fuori degli FF o, se va bene, delle sottospecie di alpinisti da agenzia Alpitour per salite addomesticate e senza imprevisti. Gente cioè che alla sera vuole rilassarsi davanti ad un bicchiere di birra e non malati di mente che sperano in un nuovo bivacco all’addiaccio o, se va male, pianificano già la salita successiva, delle specie di lobotomizzati con un unico chiodo fisso (a parte quelli marci che tirano in via): scalare, scalare, scalare!

Proprio per lo stesso senso di avventura e anche un po’ di repulsione per la zona dei Campelli, non ho la più pallida idea su quale via andare a fare e così mi accodo al Gigi con le mie allieve che hanno uno strano modo di concepire l’uso dello zaino: il sacco vuoto e tutta la mercanzia appesa all’esterno! Ottimo: siamo il trio dello psicopatico e delle due venditrici ambulanti! Poi, come se non bastasse, perdiamo pure il contatto col gruppo davanti rischiando di vagare per i saliscendi dei desolati piani di Bobbio che, a dire il vero, senza sci ai piedi tanto pianeggianti non sono, finchè riusciamo a rientrare nel gruppo dei fuggitivi e attaccarci alle loro chiappe come mosche al miele.

La parete mi pare come il sottoscritto dopo un’ora di corsa: fradicia e piallata. La linea scelta in effetti è un’evidente rampa-diedro appoggiata lungo la quale si potrebbe fare un giro in canoa così, dopo la classica battuta “sarebbe utile un Tampax”, iniziamo a legarci aspettando che il salumiere chiami il nostro numero. Siccome poi sono forte e ho qualche dubbio che le scarpette possano garantirmi una buona tenuta sul velo d’acqua, mi tengo le scarpe d’avvicinamento e inizio a scalare. Alle due allieve dico di infilare le pinne e poi anche loro mettono le mani sull’umido. Memore poi dell’esperienza su Dimitri, alla prima sosta filiamo tutte le corde ma il risultato è un casino ancora peggiore. Infatti sulla lunghezza seguente mi ritrovo come il cane legato alla cuccia con la catena! Mi fermo ad aspettare ma sotto sembra che il tempo sia tornato agli anni del liceo quando cercavo di tradurre le versioni: lentezza geologica senza capire un’acca di cosa Cicerone avesse scritto! Il mistero delle corde aggrovigliate si ripete ancora un paio di volte e poi finalmente usciamo in cresta. Siccome poi davanti abbiamo l’imbottigliamento di ferragosto e, per dare un’ulteriore parvenza di caianesimo, inizia pure a piovere come fossimo a Londra, ci infiliamo su per la viscida ferrata. Sulla parete però i piedi riescono solo a pattinare in su e in giù mentre la catena scivola come fosse ricoperta di alghe e muschi finché alla fine abbiamo l’apparizione della madonnina di vetta. La vera madonna invece la vedo in discesa, lungo gli sfasciumi e i resti del nevaio invernale che rendono il ritorno una specie di ritirata di Russia finchè riusciamo a sederci al tavolo del rifugio Lecco a dimostrazione che dal corso escono psicopatici malati di estremismo alcolico ma non certo caiano!


Cavallo Goloso


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