AUREUS – WENDENSTÖCKE      

domenica 12 agosto '18


Quando scegli un capocordata che non ha il livello e che si ghisa al nono tiro dopo essersi divertito a tenere una tacca insignificante nel vano tentativo di infilare una protezione in una fessura butterata capace solo di sputare fuori tutto ciò che vi viene infilato, il risultato non può che essere uno: buttare le doppie e tornare a casa con la coda tra le gambe.

D'altra parte il prologo non era stato dei migliori. Prima il Gughi si inventa la febbre del venerdì mattina dimenticandosi che la scuola è oramai un ricordo lontano e non è più necessario infilare il termometro nella tazza del tè bollente. Risultato? La partenza del sabato slitta di un giorno e io mi ritrovo a fare la pentola di fagioli lamentandomi come sia inammissibile non trovare nessuno disposto a fare due tiri da qualche parte. Forse dovrei farmi crescere le tette: avrei certamente qualche chance in più! Secondo, all'attacco della via ci torna a trovare Antonio o forse il nipote del camoscio del primo tentativo su Excalibur: cattivo presagio, o mi sfracellerò da qualche parte o butteremo le doppie prima di raggiungere la fine della via. In mezzo il solito avvicinamento che, visto dalla macchina, non sembra nulla di che ma poi, quando si è oramai a metà del prato verticale (da cui evidentemente qualche architetto ha preso spunto per il bosco nella stessa dimensione a Milano), diventa una specie di calvario con le pareti che restano immancabilmente alla stessa distanza nonostante la perpetua lotta con zolle e rocce ammucchiate le une sulle altre.

Inizio il primo tiro e già le sensazioni sono decisamente migliori della prima volta tanto che quasi mi pare di dominare (forse la parola è un po' grossa!) le difficoltà. Sulla terza lunghezza infatti plano rumorosamente a terra ma, d'altra parte, per scalare in continuità bisogna essere un maciste con avambracci e spalle bioniche. Io di bionico invece devo avere solo lo stomaco così mi metto a stagionare un pochino su un paio di fix per gustarmi il caldo del sole che bacia la parete. Per il resto direi che tutto fila liscio: sul quinto tiro, il giovane (Gughi) continua a lasciare il passo al vecchio (il sottoscritto) che quindi si ritrova nuovamente alle prese con uno dei 5c più duri della storia.

Alla fine della sesta lunghezza, dove l'altra volta arrivavano le cascate del Niagara, ci concediamo una pausa culinaria. Trenta secondi per ingurgitare mezza barretta e un sorso d'acqua sono più che sufficienti, solo che il Gughi a quel punto ha appena iniziato l'antipasto di Natale. Mi accomodo sul ripiano e inizio a sbirciare con il naso all'insù sentendomi la vetta in tasca. Invece pare che qui inizino gli incubi di Dieci Piani: prima parte della via “abbordabile”, seconda di tutt'altro tenore. Lasciato il pranzo natalizio a metà, convinco il Gughi a farmi di nuovo sicura e quindi mi avvio verso il paradiso delle cannerulles nonché delle sgommate nelle mutande. Per prima cosa me la vedo con una placca facile ma con protezioni siderali poi mi infilo in una specie di nicchia strapiombante e, allungandomi al massimo, evito di passare il resto dell'esistenza su una sedia a rotelle o con un paio di metri di terra sopra la testa. Ora però devo spalmare e pinzare sulle canne. Le mani si chiudono a tenaglia nella speranza che poi non si aprano di colpo mentre i piedi si incastrano tra le rigole: il gioco sembra funzionare e io salgo. Tutto sembra filare liscio per quanto si possa dire in simili situazioni (e pensare che questa dovrebbe essere una delle vie abbordabili del Wenden!) fino alla fatidica nona lunghezza. Dalla sosta percepisco che le protezioni siano belle lontane ma c'è quell'ottima fessura da stuprare con un bel po' di ferraglia. Solo che poi la zoccola fa la reticente e non la da a buon prezzo: mi avvinghio su una tacca cercando, con i cambi mano, di allontanare la lancetta della ghisa dal rosso stabile mentre provo a infilare qualcosa nella spaccatura. Niente! O la figa di legno me li sputa fuori o i ferri sembrano buoni per appenderci le chiavi. Rinvio lo stesso ma non mi fido per nulla e la crisi di panico è praticamente dietro l'angolo. L'ultima volta memorabile credo sia stata sull'Ultimo Shampoo. In qualche modo riesco a tornare indietro ed è in questi momenti che mi sento caiano inside, una specie di Preuss degli anni 2000, ergo un perfetto idiota da parete: se riesco a scalare in discesa, perché non dovrei riuscire a farlo nel senso in cui i comuni mortali si muovono normalmente? Se non altro il Gughi si gode il nuovo capolavoro cinematografico di Fra Hitchcock con protagonista se stesso nei panni di se stesso. Staffo tre volte sul chiodo prima di riuscire a riprendermi i due friend per poi domandarmi se forse, dopo aver consumato la seconda parte del pranzo natalizio, non avrei potuto ritentare. Invece per oggi ne ho definitivamente le scatole piene di rischiare di farmi spennare dalla Rega e così lasciamo tutto incompiuto, in realtà una scusa più che buona per tornare a fare visita da queste parti.


Cavallo Goloso


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domenica 15 ottobre ‘17


C’è qualcosa che non va nella mia stabilità psichica arrampicatoria; forse l’aver tirato troppi chiodi quest’estate non ha giovato alle mie già di per se scarse doti di liberista. Eppure il richiamo della muraglia fidiana del Wenden risuona oramai da troppo tempo e, alla fine, cedo. Sento allora il Gughi e mi accordo per un tentativo in giornata per poi, immancabilmente, vedermi scorrere i fotogrammi di un recupero con l’elicottero ma, soprattutto, l’incubo di una fattura con troppi zeri prima della virgola! Poi arriva il trillo della sveglia caiana e il film sembra sparito dai cartelloni del cinema; è forse solo l’effetto della levataccia caiana che ha scombussolato la mia psiche lasciandole credere che anche oggi si tireranno chiodi?

Quando arriviamo al parcheggio affollato di svizzeri teutonici come fossimo alla fiera dell’Emmental, il sole ha appena iniziato a rischiarare il cielo. Non ho particolare fretta ma non intendo nemmeno attendere tutta la mattinata che Gughi finisca i suoi bisogni in una toilette naturale che l’amico ha individuato oltre il raggio d’azione di un missile intercontinentale! Poi finalmente iniziamo a risalire l’infido prato finchè anch’io devo concimare il terreno con una scarica mordi e fuggi mentre il socio, nuovamente intento a svuotare le interiora, ruba ulteriore tempo a quello che sarà necessario per tirarmi su per la parete alla rapidità di un bradipo zoppo! Terminati quindi i nostri bisogni, continuo a seguire l’istinto piuttosto che una vera traccia fino ad arrivare sotto la parete, cosa per altro complicata come individuare una colonna in piazza San Pietro. Iniziamo cosü a scandagliarne la base per trovare la fatidica nicchia di partenza ma l’unica struttura che possa rassomigliarle è poi sovrastata da una muraglia blu e gialla che rassomiglia ad una mazza pronta a calare su chi osasse salirla. Mi viene allora il dubbio di essere ancora sotto il Dom e così iniziamo a peregrinare più a destra fino a sbattere contro il nome della via per gli scarsi. A questo punto non posso certo tirarmi indietro e, tanto meno, inventarmi una scusa che mi permetta di svicolare dai miei doveri, così mi carico i ferri e inizio a scalare o, meglio, a mungere già il primo rinvio. Così, perseverando nella mentalità caiana del limite umano e aspettando uno sblocco mentale che mai arriverà (l’unica cosa a liberarsi resta infatti l’intestino!), salgo sempre più verso l’alto, tiro dopo tiro fino a raggiungere, dopo una lunghezza che riesco a scalare forse perchè l’unica che potrebbe ricordare un percorso anni ‘30, ci troviamo sopra una specie di pulpito a soli 4 tiri dal termine della via. Praticamente mi sento la vittoria in tasca e così parto baldanzoso su alcune cannerulles destreggiandomi in prodigiose pinzate su un calcare dal grip granitico. Mi pare poi logico dover salire verso destra, lungo una specie di facile rampa ma la placchetta dello spit luccica sulla sinistra, proprio in corrispondenza dei segni di incontinenza della montagna. Provo comunque ad avvicinarmi alla colata d’acqua ma dovrei spalmare i piedi nella vasca dei pesci mentre dall’alto sono mitragliato dall’implacabile stillicidio. Più in su la situazione sembra anche peggio: l’acqua scivola giù proprio lungo le cannerulles che dovrei affrontare senza offrirmi alcuna alternativa se non quella di un tuffo carpiato verso la pozza che si è andata a formare più in basso. Non intendo però ritirarmi a causa dello scioglimento della neve e quindi provo a seguire l’istinto caiano (ancora lui) su per la rampa fino ad individuare e raggiungere uno spit di Charia. Guardo in alto, do un occhio alla relazione ma proprio non me la sento di fare un ulteriore passo in avanti. Dov’è finito il Fraclimb di Excalibur? O quello che ha salito 10 Piani? Dov’è sotterrato l’FF caiano che in questi anni ha superato vie che richiedono una discreta capacità arrampicatoria? Forse giace sotto una montagna di chiodi e staffe da cui faticosamente sta cercando nuovamente di emergere. Eppure oggi non è ancora arrivato il momento di sbucare oltre il cumulo così alzo bandiera bianca e inizio a buttare le doppie.


Cavallo Goloso


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