ARCO COMPLETO DI KUNDALINI – DIMORE DEGLI DEI      

martedì 01 novembre ‘16


L’idea era quella di provare a chiudere i conti con il più grande problema della Alpi ma poi anche il Luca viene schiacciato dall’opprimente pressione psicologica della parete e, alla fine, con la scusa che probabilmente ci sarà un po’ di vaga nebbia, mi guida più a nord, verso la mitica Valle. In fondo il cambio mi sta anche bene, un po’ perchè mi basta dissetare la mia voglia di avventura e, alla fine, una fonte vale l’altra e un po’ perchè, se il Luca mostra timore di fronte all’imponenza della Mongolfiera, io sono ridotto ad un sottile dischetto sotto la pressa mentale della linea e soprattutto dell’ultima sosta i cui chiodi mi sembrano pronti a sgattaiolare via un po’ come si sputano le lische del pesce.

Così arriviamo con comodo a san Martino, con calma prepariamo gli zaini decidendo in tutta tranquillità cosa prendere e cosa lasciare per poi iniziare una specie di corsa per raggiungere l’attacco di Kundalini con l’intento di risolvere anche qui il problema locale: l’arco completo di Kundalini! Già, perchè mentre frotte di caiani si avventurano su quella linea, nessuno, durante l’estenuante lotta con la parete, fa caso al fatto che l’imponente e evidente arco viene abbandonato forse proprio sul più bello, divagando dove il percorso risulta più facile. Noi invece vogliamo proprio ficcarci là in mezzo, scoprire l’incognito e toccare roccia vergine.

All’attacco sono titubante: prima Luca mi chiede se saliremo in conserva e io rispondo con una certa riluttanza vedendomi scivolare appeso ad una molla infinita lungo l’Ala di Pipistrello o su un qualsiasi altro passaggio, poi mi domando se sarò ancora capace di scalare su questo tipo di roccia. Alla fine faccio due conti e mi decido ad aprire le danze. Il contatto con il granito è una specie di esplosione positiva: la potenza della detonazione mi permette infatti di procedere senza turbamenti almeno fino al termine della fessura della Serpe. Come ho sempre fatto, evito il Diedro Amaranto passando sulla destra: non sono proprio un fulmine ma comunque riesco a non balzare sulla testa dell’attonita coppia che ci ha concesso di passare e poi inizio ad attaccare l’arco perchè l’idea è quella di salire più rapidamente possibile (ma non in conserva!) senza rispettare le soste canoniche. Faccio però i conti senza considerare una presa viscida che, per poco, non mi lascia provare l’ebbrezza di un bel voletto: capita l’antifona, preparo quindi la sosta lasciando l’incombenza a Luca. In realtà sto solo rimandando qualcosa che le Parche hanno già pianificato senza, fortunatamente, coinvolgere le affilate forbici della terza tessitrice. Quando infatti sono nuovamente in testa e ho già superato un insidioso tratto bagnato, pur trovandomi tra le mani una netta fessura e con i piedi su una placca abbastanza appoggiata, mi sento scivolare all’indietro come spinto da una misteriosa quanto sadica mano che allontana sempre più le mie spalle dalla parete. Ben presto anche il resto del corpo segue la parte alta mentre sbraito come una gallinaccia: “Cado!”. L’immagine dell’infortunato su Colibrì mi si proietta davanti agli occhi in dimensioni ciclopiche: lo vedo mentre tiene alzate le braccia completamente escoriate con un evidente ghigno di sofferenza stampato in volto. Misuro la placca ma fortunatamente senza conseguenze tanto che, una volta trovatomi a balzare sulle corde, rassicuro chi si trova sotto forse più atterrito dal mio urlo isterico che da quanto effettivamente mi sia capitato. Giusto per levarmi ogni rimasuglio di paura, riprendo a salire fino al masso incastrato sotto l’arco da cui è possibile scendere al facile traverso sottostante. Da qui in poi, seguendo ancora l’arco, è tutto terreno vergine. Lascio a Luca l’onore (e l’onere) di penetrare per primo nella parete lasciando così finire l’altalenante dondolio della conduzione della cordata anche se, considerando che gran parte di quello che ci aspetta è rigorosamente in orizzontale, la differenza tra il salire da primo o da secondo si fa meno marcata. Luca comunque scala con la solita maestria, inizialmente quasi limitando la progressione ad un semplice “andare e vedere cosa ci sia più avanti”; in realtà il presunto tentativo ben presto si concretizza in una convinta apertura. All’inizio la progressione non è eccessivamente impegnativa anche se poi, al mio turno, sarò sempre accompagnato dall’ombra del pendolo, poi, a metà tiro, le cose si fanno più complicate. Il labbro superiore dell’arco, dal forte DNA africano, sporge infatti insistentemente verso valle: Luca ha quindi il suo bel da fare per piazzare i friend e io poi per toglierli finchè mi ritrovo ad appendermi quasi come se nulla fosse alla sosta su protezioni veloci. L’amico riparte fino a raggiungere una colata viscida come gli scogli dopo la mareggiata; per poter passare oltre, si inventa una lunga passeggiata su placca con tanto di discesa, superamento della massa gelatinosa algale e risalita verso l’arco. Piazza un paio di protezioni e poi si ripete nella versione di oscilloscopio per superare una colata simile alla precedente. Il risultato è che il sottoscritto inizia a domandarsi come diavolo farà a raggiungerlo senza incombere in un potenziale volo sulle Placche del Giardino! Lascio la sosta e mi tuffo in mare aperto: seguendo le gesta del capocordata, supero il primo tratto bagnato per poi salire lungo la placca fino ai due friend. Se ora staccassi le protezioni e, nel tentativo di traversare alla sosta, dovessi malauguratamente scivolare, partirei con una mega altalena fino in fondo alla Valle! Fortuna vuole che alla mia sinistra ci sia la sosta della Serpe Ripresa con tanto di cordino e maglia rapida: ci passo una delle due corde e, protetto sia a sinistra che a destra, mi avventuro tra le alghe fino alla salvezza.

Per me potrebbe anche bastare: a questo punto, prenderei la strada apparentemente facile e cercherei di guadagnare prima possibile il bosco sommitale. Invece Luca si lascia ammaliare dal tetto fessurato sopra le nostre teste: parte deciso, fa un paio di tentativi e alla fine si ribalta sopra, guadagna la placca e poi la sosta su un possente albero. Anch’io non sono da meno, forse anche più rapido del compagno: tiro fuori la mitica staffa, conficco i piedi nei due gradini e tiro in su il pesante deretano acchiappando il friend successivo, facendomi ben sostenere dalla corda. L’ultima lunghezza sembra una formalità: “placca facile”, queste sono le parole del Luca. Sarà, però io me ne resto dietro ad aspettare d’avere le corde che penzolino dall’alto. In effetti il traverso obliquo non è nulla di che: la roccia è abbondantemente lavorata con facili conchette ma poi, quando si torna a salire sul verticale, la lastra granitica si impenna come indispettita dal nostro girovagare. Il passo è protetto poco sotto da un paio di friend di dubbia tenuta: spalmo per bene i piedi, sfrutto le insolite e generose graspoline e mi levo di torno anche questo tratto lasciandomi dietro le natiche una nuova, interessante salita.


Cavallo Goloso


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