SOLE CHE RIDE – PRECIPIZIO DEGLI ASTEROIDI      

RACCONTO

SOLE CHE RIDE – PRECIPIZIO DEGLI ASTEROIDI


sabato 21 novembre ‘09


Puntiamo decisi verso la val di Mello, probabilmente per l’ultima visita su roccia dell’anno. La temperatura esterna non prelude ad una calda giornata e i 4° del parcheggio sembrano dar credito alle nostre previsioni: passeremo la giornata a congelarci appesi alle soste nell’attesa che quella lumaca là davanti trovi il guizzo per chiudere il tiro.


Suddiviso il materiale, saliamo il sentiero che punta al Precipizio; ho messo da parte le mie intenzioni di tentare una via all’Altare e così per la terza volta mi affido alle vecchie corde fisse nella speranza che non decidano di sfaldarsi, facendomi rotolare verso valle. Fortunatamente anche oggi le corde rimangono integre, però forse alla prossima visita porterò degli spezzoni da abbandonare…


Raggiungiamo la cengia e quindi l’attacco della via: il Precipizio, visto da sotto, perde molta della sua magnificente imponenza. Appare schiacciato, tozzo: le sue fessure ci sembrano solo dei vaghi solchi che vegliano su placche insolitamente appoggiate. Questa visuale fa perdere tutta la poesia e la maestosità di questa struttura, dove corrono vie gonfie a buon diritto della visionaria pazzia dei loro scopritori. Gironzoliamo un po’ per curiosare lungo gli attacchi delle mitiche linee che solcano la struttura, gettando un occhiata distratta alla grotta per poi, come obbligati dalla situazione, attaccare Sole che Ride.

Come consuetudine, le prime due lunghezze sono appannaggio di Cece e, nel pieno rispetto della tradizione, il sottoscritto prova proprio all’inizio le peggiori sensazioni. Nonostante le difficoltà contenute, la scarpa sembra non tenere e così, aggravato da un pesante fardello di dubbi,mi accingo a salire da capocordata L3. Superati i primi metri, ritrovo il gusto dell’arrampicata, in uno stile di salita che mi da sempre belle soddisfazioni. Anche sul tiro dell’arco sono io a condurre la cordata: una colata d’acqua scivola lungo una sezione della fessura per poi ricadere sulla placca sottostante. Lo stillicidio è costante e fastidiosamente frequente e così il liquido non tarda a tuffarsi nella manica della giacca per poi scivolare lungo il braccio, mentre le dita cercano di far presa lungo la viscida spaccatura.

Non mi trovo a mio agio, tanto più che è difficile proteggersi perché la fessura è cieca o comunque solo accennata. Tra due chiodi, dopo un paio di andate e ritorni, riesco finalmente a incastrare un piccolo dado; cercando con i piedi la roccia più asciutta possibile, esco dal tratto infido e inizio la traversata verso destra. Sono praticamente fuori dall’arco, ma un altro passaggio delicato mi impedisce di raggiungere la sosta: l’unica soluzione è piantare un chiodo a lama. Riesco così ad infilare la protezione, comunque poco affidabile, grazie alla quale raggiungo la sosta.

Passo la conduzione dell’ultimo tiro a Colo: una colata di aghi misti ad acqua bagna la fascia più facile della placconata e così il nostro capocordata si trova a dover salire sulla sinistra, su difficoltà un po’ più sostenute. Da parte nostra, rinfrancati dalla sicura dall’alto, optiamo invece per la fascia di destra, più impegnativa rispetto quella scelta da Colo. Raggiungiamo così il termine della via, comunque soddisfatti per la realizzazione, ma con la quasi certezza che due salite così plaisir nel giro di tre fine settimana non potranno che preludere ad una qualche “vaccata”...


Cavallo Goloso


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