ALPENTRAUM – TEUFELSTALWAND      

sabato 04 ottobre ‘14


Mi sento come un sacco da box: le spalle e gli avambracci fanno male e soffro per l’indolenzimento dei reni. Non avrei mai pensato che tornare a scalare con Cece avrebbe implicato un tale dazio! Come al solito regna l’indecisione totale: è chiaro che dovremo puntare alla Svizzera dove il tempo sembra promettere bene ma, per il resto, navighiamo ancora in alto mare. Alla fine decidiamo l’orario di partenza e una probabile meta da confermare il sabato mattina. Le premesse non sono ottimali: a Lugano pioviggina, a Bellinzona è tutto coperto e ad Airolo la situazione non migliora. Ma speranze e azzardo vengono ricompensati quando sbuchiamo dal Gottardo: le nuvole si sono infatti diradate lasciando spazio al cielo azzurro; lasciamo quindi l’auto poco sopra Andermatt e iniziamo i preparativi. Fortunatamente l’avvicinamento alla gola è breve perchè la digestione della cena di ieri impegna ancora gran parte delle mie attenzioni! Poi finalmente ci si para dinnanzi la parete e noi possiamo buttare le doppie e calarci verso il fondo della gola. Un ultimo attimo di titubanza e poi giochiamo la nostra partita: parte Cece che sale lungo i primi diedri senza particolari difficoltà e poi viene il mio turno. Ho davanti il primo tiro duro della via e quindi, caso mai non si riuscisse a passare, potremmo ancora ribattere senza problemi ma sarebbe l’ennesima sconfitta cui voglio decisamente fare a meno. Guardo la fessura: l’abbondanza di brillanti ferretti metallici infonde fiducia così inizio ad incastrare come meglio sono capace. Pompo e scarico il peso; alzo la mano e spingo sui piedi. Il primo rinvio è messo e, poco dopo, anche il successivo. L’operazione si ripete con insperata frequenza mentre sento il Luca lanciare invettive contro un simile scempio lungo una fessura interamente proteggibile. Lo lascio urlare ma, in fondo, mi sta bene così perchè altrimenti avrei dovuto combattere una lotta estenuante. La lunghezza seguente ha le stesse difficoltà ma, al solito, vista dal basso sembra tutto più semplice. Così, quando lascio la sosta con la sicurezza della corda dall’alto, mi trovo impreparato alla verticalità della parete e torno ad incastrare e pompare i bicipiti al massimo possibile. Sono nuovamente in testa e, guarda caso, mi trovo arenato alle prese con una fessura fuori misura; questa volta gli spit sono una vera e propria salvezza ma ora devo scalare se voglio guadagnarmeli! Prima però devo riuscire a smuovermi dalla posizione in cui mi trovo e che mi impedisce di spostarmi verso sinistra. Alla fine torno sui miei passi, riorganizzo la salita e inizio a seguire la grossa spaccatura; raggiungo così lo spit (salvo!) e poi proseguo sempre guardingo fino ad uscire in sosta. Il tiro successivo è l’ideale per riposarsi un po’ prima del chiave che attacco con decisione: cercherò di scalare in libera il più possibile per poi mungere quando non avrò altra soluzione. Così facendo, sugli ultimi metri, tiro come un forsennato gettando inesorabilmente le basi per il tracollo finale. Resto comunque orgoglioso di una cosa: la staffa, per oggi, sembra proprio non necessaria! Per forza: guarda che razza di ferrata! La voce di Luca tuona nuovamente ma è come se non la sentissi. Due tiri duri, uno dietro l’altro e questa volta è il turno di Cece: ancora diedro e ancora fessura, la linea è effettivamente troppo logica. L’amico sale verso il grosso tetto per poi traversare e raggiungere la sosta. Lo seguo: il diedro è maledettamente duro e tecnico; sfodero allora le mie capacità e lo risalgo fino a trovarmi sotto il tetto. Ora è il momento della pompa: afferro la fessura, la tiro e poi a traverso; ben presto però non ci capisco nulla e, di conseguenza, mi ritrovo appeso. Cambio mano, mi lascio sospendere e scaricare dalla corda e quindi afferro la grossa lama stondata dell’uscita. Ho la vista annebbiata, le braccia gonfie e indolenzite e mancano ancora 3 lunghezze! Così l’ennesimo diedro (questa volta facile) mi impegna molto più del previsto: mi sembra di scalare vicino al limite e ho la sensazione che le scarpe possano scivolare da un momento all’altro. Alla fine riesco comunque a raggiungere la sosta indenne e, tutto sommato, mi sento anche fortunato: il successivo e ultimo tiro duro è infatti onere di Cece e io dovrò solo tirarmi su seguendo la sua corda. E così di fatto faccio: lascio da parte ogni estrema ambizione di libera e torno al classico. Così, dopo la prima scivolata, afferro il rinvio e mi levo dagli impacci. Le braccia però sono ridotte a due appendici senza forza e quindi ora proseguo trascinandomi verso l’alto e, con lo stesso spirito e spinto dall’istinto di sopravvivenza, affronto l’ultimo facile e lichenoso tiro. I mughi sulla sommità della parete sarebbero un ottimo riparo per sdraiarsi e fare un riposino ma manca ancora all’appello il sentiero del rientro. Peccato solo che questo passi per una risalita verso la vetta con annessi passaggi su fisse che decretano il definitivo crollo di ogni minima forza residua. D’altra parte, questo è il prezzo per una caianata da FF!


Cavallo Goloso


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