PIZZO DEL FERRO CENTRALE – VAL MASINO      

mercoledì 29, giovedì 30, venerdì 31 ottobre ‘14


Leggere certi libri è fonte di ambiziosi progetti a volte poco realizzabili. Uno degli ultimi, riguardava la famosa traversata dei fratelli Messner al Nanga Parbat: l’impresa mi ha stregato dandomi lo spunto per un’avventura parallela ma, ovviamente, in miniatura. Ultimamente ho letto anche un libro su Dan Osman ma quello, per fortuna, non ha subito gli stessi effetti!

Approfitto quindi di alcuni giorni di ferie per portare a compimento il progetto; la meta prescelta è uno dei pizzi del Ferro da salire da sud per poi scendere lungo il versante opposto e quindi rientrare dalla cima di Castello e dall’Allievi. Tutto sembra andare per il verso giusto se non fosse per un’inaspettata nevicata che ci mette il suo zampino rendendo il banchetto decisamente più piccante.

Il primo giorno inizio quindi a camminare poco prima delle 7: sono carico e motivato anche se la nebbia che stazione sopra la testa mi lascia da pensare. Ben presto però il sentiero mi porta oltre le nuvole dove il cielo è limpido e la giornata spaziale; nulla sembra quindi potersi mettere di traverso eccetto l’assillante incognita del ghiacciaio sul versante settentrionale. Intanto la quota aumenta più rapidamente di quanto avessi pensato, il bivacco Molteni Valsecchi passa dietro le spalle e quindi inizio a pestare neve lungo l’ampio canale. Contemporaneamente, in alto si prefigura il primo vero ostacolo: l’ampio colatoio infatti è chiuso da una parete verticale e difficilmente superabile; continuo ad avvicinarmi cercando con lo sguardo il punto debole della muraglia che, alla fine, si rivela essere a sinistra, proprio dove dal basso sembrava meno accessibile! Continuo su neve più ripida, poi supero uno stretto e marcio colatoio fino ad approdare su una serie di facili risalti. Forte del mio altissimo livello di climber, scalo le roccette, supero l’ultima fascia nevosa e poi mi mangio la breve crestina finale. Dopo circa 4 ore dalla partenza, sono in vetta, sulla più alta escrescenza della val del Ferro e ai miei piedi si apre quello che dovrebbe essere il successivo terreno di battaglia. Mi basta un’occhiata alle lame taglienti delle falci che fendono l’aria mentre la solita signora in nero mi chiama col suo dito ossuto per capire che scendere da solo da quella massa ghiacciata e crepacciata è come giocare alla roulette russa con il caricatore pieno per metà! Non mi resta che optare per il percorso alternativo e iniziare così il periplo di Cengalo e Badile: giro i tacchi, ripercorro il terreno di salita fino a incrociare il sentiero Roma e poi mi avvio verso il passo di Camerozzo. Ho dalla mia una volontà ferrea e un livello tecnico atletico di altissimo spessore: raggiungo così le catene, le branco, le tiro e riprendo a pestare neve. Il fondovalle si allontana e io finalmente raggiungo il passo: dall’altra parte giace in silenzio l’immensa val Porcellizzo con il rifugio Gianetti in centro; quello è il luogo in cui passerò la notte. Oramai sono a cavallo, non ho più motivo di spingere sull’accelleratore e così mi avvio in tutta tranquillità verso la capanna che raggiungo poco prima delle 4. Il locale, seppure spazioso, non può dirsi particolarmente accogliente ma resta pur sempre un valido riparo: mi concedo quindi un po’ di riposo prima di cena e poi riaffondo nel caldo sacco a pelo; la mia unica e insensata preoccupazione è che qualcun altro possa entrare nel bivacco ma, comunque, sprofondo quasi subito tra le braccia di Morfeo.

La sveglia suona alle 5. Cerco di scrollarmi di dosso i residui di sonno, compio un’opera di autoconvincimento forzato e poi finalmente sgattaiolo fuori dal sacco. Alle 6 sono di nuovo in pista; la frontale fende l’aria per pochi minuti prima che le luci dell’alba mi permettano di camminare con sufficiente sicurezza sul gandone. Oggi prevedo di arrivare alla capanna Sciora per poi ambire a raggiungere l’Albigna, quindi la prima tappa di giornate è il passo Porcellizzo. Ho in testa una tabella ipotetica con luoghi e tempi e, quando sono al valico, ho già recuperato un quarto d’ora. In realtà però ho ben poco tempo per complimentarmi con la possenza delle mie gambe: sul versante opposto mi aspetta infatti una ripida discesa su neve raggelata dal freddo notturno che mi costringe a indossare i ramponi. Con i ferri ai piedi riesco a scendere abbastanza rapidamente fino a raggiungere il fondo desolato del catino: sembra di essere ai piedi dei ghiacci eterni polari, la distesa di pietre è desolata e priva di segni di vita mentre un piccolo laghetto fa mostra di se in mezzo alla piana. Alle sue spalle si alza un muro di ghiaccio grigio e terroso che fa da piedistallo alla parete rocciosa alle sue spalle. Mi sento un po’ come Bonatti nei suoi viaggi esplorativi: la montagna solitaria in questa stagione prende un gusto tutto particolare.

Riprendo quindi la mia marcia lasciando da parte ogni poetico pensiero e finalmente raggiungo il bivacco Dal Prà: una rapida e curiosa occhiata al contenuto della scatoletta e poi riprendo a salire verso la Trubinasca. Raggiungo il passo e valico in Svizzera con un’ora di ritardo sulla tabella di marcia: devo cercare di darmi una mossa se voglio completare il giro! Ancora una volta afferro le catene e inizio a seguire il sistema di strette cenge e canalini che scendono lungo il verticale e apparentemente inaccessibile versante nord. Mi aspettano circa 800 metri di discesa fino alla capanna Sass Furä al cospetto dell’impressionante NO del Badile: se già a sud la montagna, insieme al vicino Cengalo, incute un certo timore reverenziale, da questo lato la potente magnificenza delle masse granitiche sovrasta il minuscolo osservatore.

Quando sono al rifugio, l’orologio sembra finalmente girare nel senso giusto mentre il cartello che mi informa sulla distanza con la capanna Sciora rincuora il mio animo. Mangio qualcosa, mi concedo una breve pausa e poi sono di nuovo in cammino lungo il Viale. La traccia, inizialmente nitida, si perde ben presto tra i prati e le rocce intersecandosi e confondendosi con gli altri segni di passaggio che portano alla base della parete. Ovviamente mi perdo iniziando a vagare a naso verso il passo che mi permetterà di approdare sotto la NE del Badile. Raggiungo così il filo della cresta di un precipizio e inizio a salirla fino a raggiungere il valico e tornare così sul sentiero. Costeggio prima la famosa NE e poi la parete del Cengalo completamente cariche di neve. Di fronte ho invece l’elegante maestosità delle quattro Sciore: uno spettacolo che mozza il fiato! Alla una e mezza circa sono al rifugio: mi sento psicologicamente bene, le energie non mancano e solo la sensazione di pesantezza delle gambe rappresenta il punto di domanda sul proseguo dell’avventura. Ma se voglio portare a termine il giro, devo assolutamente raggiungere la capanna Albigna, altrimenti domani mi aspetteranno 2000 metri di dislivello cosa che, al terzo giorno di cammino, preferirei volentieri evitare!

Scambio due parole con un trio di escursionisti saliti da Bondo, mi sincero che il bivacco invernale sia aperto e poi rimetto lo zaino in spalla e inizio a salire. Ho il tempo necessario per raggiungere la diga dell’Albigna e quindi posso dosare le forze per evitare possibili e improvvise cadute di forma. Nonostante quindi il saggio consiglio e sebbene non mi sembri di andare veloce, dopo poco più di mezz’ora ho già superato 300 metri abbondanti degli 800 che mi separano dal passo di Camportaccia! Mi fermo a mangiare un po’ di miele e proprio questo sarà la causa della disfatta finale: la pasta zuccherina infatti, trovando evidentemente accogliente il mio stomaco, decide di piantarvi le tende diventando una specie di macigno! Avanzo a fatica, il motore rallenta la marcia fin quasi a spegnersi: raggiungo una zona pianeggiante poco sotto i 2700m e quindi mi fermo. Mi sento spossato e appesantito: miele maledetto! I 200m o poco più che mi separano dal passo diventano improvvisamente una muraglia insuperabile, le colonne d’Ercole del mio girovagare. In alto scorgo uno scivolo di neve e poi un salto roccioso che dovrei superare su un paio di scale a pioli: nubi nere si affollano nella mia testa mentre mi vedo incapace di tenermi su quei gradini e velocemente precipitare verso il basso. Il tempo torna a farsi tiranno: anche se attendessi la digestione del miele-cassöla, non riuscirei poi a raggiungere la diga prima del calo dell’oscurità. Non posso e non voglio inventarmi un bivacco all’addiaccio, non mi sembra il periodo e, soprattutto, ho il sacco a pelo leggero, passerei una notte d’inferno. Resta solo una soluzione: girare i tacchi e tornare alla Sciora. La decisione implica però anche la fine del viaggio: domani potrò solo scendere a valle e affidarmi alle cure del servizio pubblico sondriese e di Trenord. Oltre ai 2000m di dislivello infatti, mi spaventa improvvisamente l’impossibilità di scendere dalla cima di Castello verso la val Masino: e se la memoria mi ingannasse? Se poi scoprissi che per tornare in Italia ci vuole una corda? Dovrei tornare indietro, scendere in Bregaglia e da qui tornare con i mezzi a san Martino. Solo che ci vorrebbe un altro giorno, sarebbe il quarto; e se poi in Albigna il cellulare non prendesse? Sabato qui ci sarebbe l’esercito!

Insomma brancolo nel buio dell’indecisione più totale ma alla fine giro i tacchi e torno alla Sciora. Alle 4 valico l’ingresso della porta del bivacco invernale: un albergo a 5 stelle in confronto alla lugubre e fredda struttura di ieri! Ancora una volta, ho solo voglia di sprofondare nel sacco a pelo e, dopo il meritato riposo, mi impongo e mi sforzo di sgusciare fuori dall’accogliente bozzolo per prepararmi del tè e quindi la cena. Torno a dormire con le galline ma d’altra parte ho deciso che domani mi alzerò alle 4 così da avere un certo margine di sicurezza visto il numero infinito di mezzi che dovrò prendere per recuperare la macchina. Poco prima delle 5 del mattino, saluto quindi l’ultimo rifugio e inizio la discesa. Subito, se non stessi particolarmente attento, rischierei di rompermi l’osso del collo: un sottile e infido strato di ghiaccio copre i sassi del sentiero costringendomi a fare l’equilibrista per restare in piedi. Supero l’ostacolo e finalmente inizio a trottare verso valle. Solo più in basso ho un altra atroce e terrificante esperienza: una ripida cascata si inframmezza fra me e il resto della discesa; il passaggio sembra invalicabile ma poi mi vengono in mente i tre di ieri: loro sono passati da qui sia all’andata che al ritorno, impossibile non si possa attraversare! Punto ancora il fascio della frontale e, come per magia, si materializza il passaggio tra le acque ora decisamente meno spumeggianti rispetto quanto mi fosse sembrato all’inizio. Sono forse come Mosè davanti al Nilo? Non penso proprio: potrei credere al miracolo solo se la sequenza di mezzi pubblici non mi farà perdere tutta la giornata!

Arrivo a Bondo verso le 7:30 e da qui continuo verso l’Italia. Immagino le domande dei finanzieri, magari mi faranno svuotare anche lo zaino, invece passo la dogana senza che questi battano ciglio. Ho intenzione di continuare fino a Chiavenna ma il cartello segnaletico della pista ciclo pedonale ha quasi l’effetto di una mazzata sul morale: mi mancano 14km di puro sfacchinamento con gli scarponi da ghiaccio su un nastro d’asfalto! La mente vola agli alpini della ritirata di Russia: ma in fondo io me la sono cercata mentre loro ci si sono ritrovati e, per di più, non nelle mie condizioni! A Villa di Chiavenna dico basta alla marcia forzata: aspetto per mezz’ora il postale e poi mi siedo comodamente fino a Chiavenna. Altra attesa, ancora di una mezz’oretta, e poi sono sul regionale per Colico; da qui, dopo pochi minuti, passa l’altro treno per Sondrio. Scendo ad Ardenno e mi avvio verso la fermata dell’autobus. Due ore di attesa! Non sono Mosè e il miracolo non è avvenuto! Per un attimo, ho la tentazione di farmela a piedi poi torno in me e mi metto in attesa del torpedone. Non so perchè non mi sia messo a fare l’autostop, fatto sta che alla 1 e mezza circa sono a S. Martino e poi, dopo la breve salita al parcheggio in valle, finalmente completo il cerchio del mio girovagare in questa manciata di giornate entusiasmanti.


Cavallo Goloso


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