FREEZER – PIZZO DELLA PIEVE (PARETE FASANA)      

mercoledì 31 gennaio ‘18


Il mondo si divide in due categorie: da una parte i caiani e dall’altra gli FF con un rapporto simile a quello tra cattolici e protestanti durante l’Inquisizione o, al giorno d’oggi, tra sunniti e sciiti. Il caiano vede tutto nell’ottica del Caianesimo, ha una missione per redimere l’FF che, reso cieco dal peccato, sforacchia le pareti (perchè lui non va in montagna), si gode la vita, fa cagnara. Invece il caiano lui no: per lui l’alpe è un luogo sacro, come un pellegrino deve calcarne la vetta in religioso silenzio con la sofferenza come unica compagna e, soprattutto, alzarsi quando un FF è ancora immerso tra due guanciali insieme ad una bella gnocca o, peggio, sta rientrando da i bagordi di una serata. Per il caiano il riposo arriva solo quando si alza per andare in ufficio; ma è una pausa solo fisica perchè la sua mente è sempre rivolta alle cime sacre, alla prossima sveglia antidiluviana, alle sofferenze gloriose del fine settimana. È come chi attende con ansia la Quaresima per il digiuno pre-pasquale, solo che per il caiano questo stato dura 50 settimane l’anno visto che almeno due devono essere dedicate al pellegrinaggio in Dolomiti, un po’ come per i musulmani con la Mecca con l’unica differenza che non basta andarci una sola volta nella vita.

Così quando il Jag martedì sera comunica che per l’indomani è necessario trovarci presto, né io ne il Denny osiamo obiettare. Propongo quindi le 5 pur domandandomi per quale diavolo di motivo ci si debba svegliare ad un’ora simile per andare in Grigna: forse che l’eccessiva frequentazione dei templi degli FFPlasticariMilanesi (leggi palestre d’arrampicata) mi stia traviando verso la strada del peccato? D’altra parte, se si vuole sconfiggere il nemico, bisogna imparare a conoscerlo e scoprirne i punti deboli.

Logicamente il tempo fa cagare. C’è una nebbia fitta che riduce la visibilità ad una trentina di metri e non sono gli occhi ancora appannati dal sonno, semplicemnte il Caianesimo sta mandando l’ennesima prova per verificare la fede dei suoi figli. Per prima cosa provo ad incastrarmi con l’auto per i viottoli di Baiedo rischiando di tatuare i muri delle case sulle portiere della Punto ma soprattutto profanando l’ambiente sacro, un po’ come i mercanti al tempio di Gerusalemme. L’ira del Caianesimo allora non si fa aspettare, solo che lui non ribalta la macchina né ci obbliga a chiamare la gru per tirarla fuori da una svolta troppo stretta, semplicemente ci confeziona un avvicinamento che ci tritura le balle più di un documentario sull’arrampicata sportiva. È tutto grigio: il fondo in cemento della mulattiera, il bosco da film horror e il cielo che pare sul punto di collassare. Tutto ha lo stesso tono e, per di più, il percorso si snoda in infiniti tornanti e insopportabili traversi lungo la spettrale foresta. Immersi nell’orto degli ulivi la nostra fede traballa: “Caianesimo, Caianesimo perchè ci hai abbandonati? Eppure sia fatta la Tua volontà!” All’ennesimo interminabile tratto in piano finalmente sbuchiamo a san Calimero, una chiesetta col tetto rosso simile ad un faro immerso nel nulla e visibile a chilometri di distanza, sostanzialmente un pugno nell’occhio. Almeno ci leviamo di torno lo stupido e inutile bosco, l’ambiente prealpino che toglie spazio alle crode, all’erba verticale, alla roccia marcia, insomma al tempio del caiano!

Seguiamo il crinale, ne raggiungiamo la cima e poi iniziamo a domandarci dove diavolo possa essere la palina. Mentre arroventiamo i nostri cervelli in possibili elucubrazioni, altri due caiani spuntano come due spettri dalla nuvolaglia ma in direzione opposto alla nostra. Che ci fanno in giro a quest’ora? Ma soprattutto, perchè tornano verso san Calimero? Ci guardiamo bene dal chiedere informazioni perchè il vero caiano deve tirarsi fuori dagli impicci da solo e iniziamo a dirigerci verso il punto in cui dovrebbe trovarsi la parete finchè, come la manna nel deserto, compare la palina. Da lì una traccia ben battuta traversa il pendio verso destra, la stessa direzione che sembra suggerirci la nostra bibbia e così ci infiliamo lungo la pesta finchè questa muore alla base di una specie di canale. Siccome non abbiamo molto altro da fare e la sveglia alle 4 insieme al giorno di ferie impongono di combinare qualcosa, iniziamo a battere traccia su per il pendio che, ben presto, muore contro una fascia di rocce mentre le nuvole sembrano intenzionate ad alzarsi quel tanto da permettere di raddoppiare il nostro campo visivo che ora arriva quasi a sfiorare le tre cifre di lunghezza! Forse che il Caianesimo stia allentando un po’ la morsa avendo visto la caparbietà dei suoi figli?

Diamo l’ennesimo sguardo alla bibbia e proviamo a convincerci sempre di più che, casualmente, potremmo trovarci sul percorso giusto. Raggiungiamo così un budello che si insinua nelle viscere della parete un po’ come il verme solitario che devo avere nell’intestino finchè l’apparizione messianica rifulge di un bagliore accecante. È come il roveto che non si consuma di Mosè: la nostra divinità si manifesta sotto forma di un masso incastrato sopra il canale, il segno inequivocabile che siamo sulla strada corretta e che presto riceveremo le tavole della legge. Rinvigoriti dalla visione salvifica corriamo su per il pendio facendoci guidare dalla mano del Caianesimo fino a uscire in aperta parete e schivare la fascia di rocce soprastanti con un delicato traverso verso destra che dovrebbe di fatto portarci fuori dalle difficoltà. Invece, quando siamo sul punto di toccare la vetta, avendo dubitato della sua potenza, il Caianesimo ci risospinge in mare aperto come Ulisse davanti ad Itaca. Sopra le nostre teste appare infatti invalicabile una fascia di roccia arcigna e malevola. La vera lotta con l’alpe ha inizio. Mi carico i ferri a disposizione e inizio a scalare sul misto secondo il principio del “non è mai troppo tardi”. I ramponi gracchiano sul calcare. Le picche si infilano nelle scarne zolle erbose, le mani cercano un appiglio e i friends troppo rapidamente lasciano l’imbraco per infilarsi nelle spaccature mentre i due amici in basso condividono il mio dramma con la stessa empatia dei compagni di scuola verso l’interrogato. Io però sono testardo e risoluto ma, soprattutto, voglio raggiungere la terra promessa con le mie gambe così lentamente mi alzo su per la parete finchè raggiungo il successivo lenzuolo bianco e uno scoglio calcareo dove assicurarmi. Martello come non ci fosse un domani finchè i due chiodi spariscono nella fessura e poi recupero i due titolati temendo sermoni pontificanti sulla sosta. Si dice che le vie del Signore siano infinite ma anche le prove del Caianesimo sembrano non terminare mai! Il nostro Makalu sferra l’ennesimo fendente: sopra di noi ancora roccia, una maledetta fascia tendente al marcio è l’estrema difesa della parete. Ma a questo punto non possiamo soccombere: il Caianesimo vedrà quanto siamo pronti per sconfiggere il nemico! Questa volta però torno al classico: levo i ramponi, attacco le picche all’imbraco e sono pronto per la scalata. Mi alzo sulla placca e vado a finire contro un mosaico strapiombante male assortito e dalle tessere dondolanti. Devo spostarmi a sinistra ma non trovo un posto dove proteggermi e il crash pad che ho sotto è un freddo scivolo di neve. Non mi resta allora che affidarmi ai santi protettori: san Tita Piaz prega per me, san Cassin prega per me, san Casarotto prega per me... Poi il Jag va in estasi: alla mia sinistra c’è una fessura dove posso piazzare il mitico 0.5, il friend para-culo. A quel punto non mi resta che spostarmi nella stessa direzione e poi salire verso l’alto sperando che le generose prese non siano come un mobile Ikea male assortito. Così con pochi rapidi movimenti esco dalle difficoltà, trovo un ottimo punto per fare sicura e recupero i due caiani patentati. Da lì, il Denny non deve fare altro che superare l’ultimo pendio nevoso, bucare la piccola cornice e sbucare fuori dal Makalu dove finalmente possiamo degnamente glorificare il Caianesimo.


Cavallo Goloso


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