CANALE NORD OVEST – PIZZO DI COCA      

sabato 28, domenica 29 gennaio ‘17


Sono al secondo bivacco invernale della stagione 2016-2017 e anche alla seconda botta post sballo da Coca di cui devo aver sviluppato una certa dipendenza. La prima volta da sud, questa dal caiano versante nord ma alla fine il risultato non cambia anche se il progresso è considerevole: dalla Valtellina mi mancano solo 50 fottutissimi metri per avere sotto i piedi il gigante orobico, col risultato che torno con un 2 a 0, un filo di amaro in bocca ma, tutto sommato, anche con una bella soddisfazione.

Partiamo sabato con comodo: visto che la neve sembra una spolverata di forfora, arrivare al bivacco dovrebbe essere una semplice formalità esclusa forse la mulattiera iniziale che potrebbe essersi trasformata in una pista per la Kostner! Poi c’è da considerare che anche qualcun altro potrebbe essersi ingolosito e abbia già occupato le suite dove passeremo la notte ma, davanti all’unica auto che troviamo al parcheggio, questa possibilità si riduce ad un fioco lumicino a meno di trovarci davanti all’automezzo di un gruppo di contorsionisti. Così ci allontaniamo dalla non riuscita pista di pattinaggio addentrandoci nelle viscere della valle mentre il sole se la svigna a gambe levate collassando verso ovest: chissà cosa sarà domani quando saremo agli antipodi da un bagno di Chanel n°5! Inseguendo quindi le uniche tracce disponibili lasciate da qualche ungulato girovago e dopo aver superato con equilibrismi estremi un torrente intrappolato nella rigidità glaciale, un vistoso semaforo si profila in lontananza. Il punto sotto il masso mi ricorda i racconti sulla tenda rossa del dirigibile Italia al polo nord, luogo di salvezza e contemporaneamente disperazione. Spero più nel primo che nel secondo mentre coltivo l’inutile dubbio che qualcuno possa avere occupato la camera reale.

Quando apro la porta mi è subito chiaro che là dentro è un po’ che non passa anima viva: l’aria pesante ha la stessa temperatura dell’esterno tanto che il contenuto di due bottiglie di plastica risulta completamente solidificato. Passiamo le ore restanti a mangiucchiare (d’altra parte non abbiamo grandi alternative non avendo a disposizione alcun megaschermo né il Monopoli!) in attesa della succulenta cena per poi infilarci al calduccio dei sacchi e aspettare che la sveglia ci ricordi i nostri doveri di caiani. In tutto questo, l’acqua delle bottiglie ha solo timidamente accennato a liquefarsi: almeno terremo bene in vita quei due neuroni che ci girano in testa!

I rituali della mattina in queste situazioni sono incredibilmente lunghi, come se anch’essi subissero la rigidità del termometro e alla fine mettiamo il naso fuori dal bivacco quando mancano una decina di minuti alle 7. A parte gli schiaffi dell’aria mattutina, a svegliarci definitivamente ci pensano i resti di una mega valanga che ricordano il famigerato Ice Fall: confidando prima nella flebile luce della frontale e poi nel chiarore dell’alba, la risalita del campo minato non è propriamente un’esperienza semplice. Uno spettatore esterno vedrebbe infatti due ubriachi ciondolanti al rientro dal giro dei pub finchè finalmente la luce, mossa a pietà, si degna a farci visita permettendoci di tirare diritto su per il pendio intonso. Tutto sommato battere la traccia non è troppo faticoso e così arriviamo alla biforcazione in perfetta linea con i tempi previsti dalla guida, risaliamo uno stretto e ripido canalino e ci troviamo alla base di un ampio canale chiuso da una serie di fasce rocciose: e qui casca l’asino. Fuorviati da ciò che sta in alto, da una cattiva interpretazione della relazione e da una fantasia galoppante, continuiamo quindi a traversare verso sinistra sicuri che quella sia la giusta direzione. Ci troviamo così di fronte a due stretti pertugi e, dopo rapida valutazione (“ambaraba ciccì, coccó...”) tentiamo la sorte con quello di sinistra. Mi infilo quindi su per il budello fino ad un primo passo delicato: ci penso un attimo, guardo come meglio affrontarlo e lo supero aspettando poco oltre papà all’inseguimento delle mie orme. Poco sopra la situazione si ripete ma con un passaggio ancora più impegnativo: dovremmo tirare fuori la corda, improvvisare una sicura e proseguire ma a quel punto mi suona l’allarme caiano. Possibile che dei baffuti dell’800 si siano impelagati qui dentro? Il dubbio diventa una decisione: siamo fuori strada e quindi dovremo tornare sui nostri passi. Papà acconsente ma alza anche bandiera bianca. Io invece non mollo e provo a contrattare per un orario limite di salita alla disperata ricerca della vetta: già, perchè non ho alcuna intenzione di mollare la presa proprio ora, rinunciare senza combattere e buttare anche questa impresa nel calderone delle “non riuscite”. Il socio però è irremovibile ma mi concede la possibilità di proseguire da solo: ora saremo solo io, il coccodrillo caiano e la montagna beffarda. Oramai il peluche sta diventando un compagno fidato per questo genere di ravanate! Finisco quindi di perdere quel centinaio di metri errati e poi inizio a salire il più rapidamente possibile su per l’ampio canale, in direzione delle fauci dalla fascia di rocce. In tutto questo però, il cuore si mette di traverso, inizia a pompare sangue all’impazzata mentre i polmoni stantuffano come mantici: se non voglio collassare, sarà meglio rallentare o fermarmi per allontanare gli indicatori dalla zona rossa! Intanto il predatore si fa sempre più vicino finché trovo l’insperata scappatoia all’assalto: ben nascosto tra le rocce si alza infatti un ripido rivolo nevoso che inizio a salire tenendo continuamente monitorato altimetro e orologio ma la parete sembra essersi oramai concessa senza alcuna resistenza: il canale infatti si impenna e la neve si fa dura aiutandomi considerevolmente nelle salita. Vedo in alto la sella, il termine del colatoio e, subito sopra da qualche parte dev’esserci la sospirata cima. Mi sento la vittoria in tasca mentre mi vedo scattare foto insieme al coccodrillo ma quando arrivo in cresta il pizzo di Coca mi fa pagare il conto della sniffata. Escluso uno stretto budello praticamente asciutto da cui dovrei salire come una supposta, l’unica via per raggiungere la vetta sembra passare da un breve traverso sull’altro versante: saranno si e no 5 metri ma su un pendio nevoso molto ripido che si tuffa sopra l’abisso. Non mi va di tentare il test di tenuta e il mio compagno (il coccodrillo) non sembra nelle condizioni per farmi una sicura. Ancora una volta Fraclimb-the-renounce, a soli 50 metri dalla vetta, vince la battaglia: scatto un paio di foto e mi avvio marcia indietro verso valle. Più che un rientro è una specie di discesa libera: mi voglio levare di torno quanto prima da questo canale e raggiungere rapidamente il bivacco non tanto perchè lì ci sia un banchetto ad attendermi quanto perchè voglio levarmi di testa il pensiero della discesa di mio papà. Così, dopo aver affrontato in poco meno di 1 ora circa 400 metri di neve fresca dal punto dell’errore, in 70 minuti archivio i quasi 1100 metri che mi separano dall’hotel a 5 stelle con un filo di amaro rimpianto per una vittoria di Pirro a cui è mancata la ciliegina dalla vetta.


Cavallo Goloso


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