ANDREA DRY CON VARIANTE DEI CONIGLI – BARBISNO      

domenica 18 febbraio ‘18


Mi ero già immaginato alle prese con una ravanata epica, di quelle degne dei racconti di Bonatti al Bianco e invece, dopo la salita del canal de la Nona, ancora una volta il pigro Grillo Parlante con la sua vocetta irritante inizia a prospettarci una nuotata tra polvere e crosta non portante per almeno 3 ore di avvicinamento. Così, comodamente svaccati davanti ad una fetta di torta, studiamo l’alternativa seguendo le fisse del Jag sulla zona del Barbisino; l’unica personale prerogativa sarà quella di trovare un tracciato impegnativo perchè senza un po’ di brivido non trovo lo stimolo a battere i denti o la coltre bianca dell’avvicinamento. Per di più l’opzione di andare sopra i piani di Bobbio, una volta deciso di impigrirci con la comodità dell’ovovia, mi salverà dall’uscire di casa con le lampadine delle stelle ancora accese. Così ci troviamo a mischiarci tra le frotte di FS nell’esodo di massa che porta la calca dalla pianura alla montagna e a fare coda agli impianti e sulle piste invece che al metrò o in gastronomia. All’arrivo sgattaioliamo su per la pista sperando di non venire investiti da qualche impavido uomo-jet finchè la malandata porta dell’isolamento si spalanca davanti ai nostri passi. Ora ci tocca seguire una vecchia traccia per poi aprirci la strada nella farina fino alla base del canale di Andrea Dry che però assomiglia più ad un Andrea Wet o, se vogliamo, ad un Andrea Snowy: condizioni perfette per i fratelli Rusconi o un’affamata squadra polacca! Così, con la scusa che sono già addobbato come un manichino dello Sport Specialist, i due amici mi rifilano i capi delle corde regalandomi l’onore di aprire la strada nella coltre fredda finchè mi spiaggio contro il primo saltino roccioso. Il passo non assomiglia ad un cubo di Rubik ma ben presto mi accorgo che più provo a liberare gli appoggi, più scopro voragini da viaggio al centro del Mondo! Nella foga da addetto delle pulizie riesco però a liberare una spaccatura per il 3 che, un po’ riluttante, apre la sue camme a contatto con la roccia gelida, quindi alzo il piede sinistro, infilo le picche il più in alto possibile e finalmente mi spingo oltre. Il tintinnio della mia bardatura e l’esilarante batter traccia però non durano molto a lungo: dopo pochi metri infatti sono nuovamente alla base di un altro saltino e ancora una volta alle prese con lo spolverino fino a trovarmi più in basso di quando sono arrivato. Mi allungo allora come l’uomo di gomma per ficcare le becche più lontano possibile, quindi scopro che i ramponi hanno un’ottima tenuta sulla placca rocciosa e così mi alzo oltre l’ostacolo. L’ennesima cavalcata nella neve mi deposita alla sosta o, se vogliamo, dove iniziano i cazzi.

Quando riprendo a scalare, la situazione è la seguente: sono sovrastato da un muretto verticale che forma un vago e piccolo diedrino con una minuscola colata ghiacciata. Sopra il pendio diventa un misto di neve pressata e roccette che va a morire contro un altra barra rocciosa e, per finire, un colatoio ghiacciato che dovrebbe portarmi sul pendio soprastante. Insomma sono come un ardito in procinto di saltare fuori dalla trincea, superare il campo minato, schivare i cavalli di Frisia, aprire un varco nel filo spinato e saltare dentro nella postazione nemica: mi sento eccitato all’idea della lotta che mi aspetta! Dopo aver piazzato un dado che dovrebbe evitarmi di ruzzolare sull’impotente Walter, testo la tenuta dei denti dei ramponi su tacche profonde si e no un dito: mi alzo quindi con la massima delicatezza possibile per uno dalla grazia elefantiaca quindi, pregando che i ramponi rimangano nella loro posizione, mi allungo il più possibile fino a piazzare il C3 rosso in una bocca sdentata. L’attrezzo si sistema bloccandosi contro le pareti rocciose e infondendomi una buona dose di fiducia. A quel punto posso tirarmi fuori dagli impicci e infilarmi su per il colatoio. Poi l’istinto di sopravvivenza inizia a ronzarmi in testa: devo necessariamente proteggermi ma l’unico ferro che riesco a piazzare è un chiodino da ghiaccio neonato che non si avvita nemmeno fino in fondo. Praticamente la protezione può essere utile per appendere il salame a stagionare ma non per sostenere una mia caduta! A questo punto, l’unica speranza è quella di riuscire a mettere qualcosa di meglio più in alto, così mi avvicino alla fascia rocciosa soprastante tagliata da una spaccatura che ricorda maledettamente il ghigno di It. La meringa nevosa alla base della bocca mi lascia pensare ai tunnel sulla vetta del cerro Torre: guardo allora più a sinistra e riesco a infilare un chiodo dondolante. A questo punto mi trovo con le chiappe “protette” da una coppia di ammennicoli utili per tirare la corda per i panni ma non mi scoraggio: tra i denti affilati della fessura riesco infatti a piazzare un’ottima coppia di friend e, a questo punto, posso alzare la testa e capire cosa mi aspetta. Il pacchetto che scarto contiene però il kit per fare la calza: sopra la breve fascia rocciosa, sale infatti un diedrino ghiacciato oltre il quale non c’è il candido e tranquillo pendio nevoso che mi sarei aspettato ma piuttosto una placca rocciosa compatta e sporca di neve senza alcuna apparente possibilità di proteggersi. In prosepttiva non vedo quindi molto di più di una rovinosa e infinita caduta con relativo spiaccicamento: guardo in basso mentre i due amici mi osservano con il naso all'insù e poi decido per alzare bandiera bianca e tornare alla sosta.

Abbandonare la parete però ci sembra un delitto così proviamo ad esplorarne la parte destra scartando finalmente il regalo giusto sotto forma di un facile pendio nevoso che ci permette di sbucare sul crinale e da qui raggiungere il punto più alto del Barbisino mentre siamo avvolti in un batuffolo di nuvole. Il rientro dal fronte non dovrebbe riservare alcuna sorpresa ma, siccome l’indole caiana va a braccetto con la sana parsimonia, non abbiamo il biglietto per la discesa in funivia e così imbocchiamo la mulattiera per il parcheggio mentre, ignari, il destino tessa la sua trama. La volontà delle Parche si materializza in un tavolo da sagra con le gambe reclinabili e nel mio resuscitato istinto da teenager che trasforma l’attrezzo in un’improvvisata slitta ideale per scivolare nel disordinato marasma di ciottoli. Ma la tela non tarda a chiudersi trasformandomi nel capitano del Titanic quando la nave si inzucca contro un maledetto sasso e le mie chiappe si aprono insieme ai pantaloni contro le gambe di ferro del tavolo lasciandomi claudicante per una manciata di minuti e con una nuova presa d’aria sui Vertigo.


Cavallo Goloso


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