VIRGINIO QUARENGHI – AGO TREDENUS      

sabato 30, domenica 31 luglio ‘22


La Walter-Mobile romba tra le curve strette addentrandosi nella valle. Chiaramente non so quasi nulla su quello che mi aspetta: ho solo chiaro che anche per questo fine settimana renderò omaggio al Caianesimo e mi riempirò la pancia (per quanto sia possibile) coi Saikebon, la nuova frontiera 2022 dell’alimentazione col fornelletto. Poi il mezzo si ferma alla piazzola nonostante il sottoscritto e il Marco provino a pungolare il pilota per continuare verso il rifugio risparmiandoci qualche minuto di sfacchinata perchè in fondo un po’ di frocio falesismo si annida anche in noi. Ma il Walter, forgiato dall’aquila, non molla così carichiamo gli zaini e ci avviamo a farci la scorpacciata delle tempistiche per il bivacco. Illusi! Il sentiero inizia a srotolarsi avanti e indietro tagliando in continuazione l’anfiteatro e facendoci passare sotto la tolla del bivacco un’infinità di volte come fossimo alla sfilata di Valentino e così finisce che arriviamo alla meta in tempo per foderare lo stomaco col panino al formaggio del pranzo. Poi cala l’attesa: in basso ci si squaglia per il caldo mentre qui sembra di essere in una piccola cella frigorifera con una serie di nuvole che si diverte a stazionarci sopra la crapa mentre si alza la brezza fantozziana che sembra far tramontare ogni sogno di scalare l’Ago di Tredenus. Ma all’ora della merenda il tempo sembra migliorare, ci guardiamo negli occhi e, non potendo scapparci la limonata, ci catapultiamo verso l’attacco confidando di rientrare per i Saikebon. Il metodo di scelta del capocordata è un complicatissimo algoritmo elaborato direttamente dalla genialità di Stephen Hawking: la pagliuzza più corta decreterà colui che porterà il trio in vetta. E il caso vuole che sia il Marco il prescelto, l’unto del Caianesimo, lasciando poi al sottoscritto e al Walter l’onere per l’indomani. Così partiamo per un diedro appena uscito insieme al prosciutto dalla cella frigorifera: mentre le corde filano, le dita si rattrappiscono finchè finalmente riescono a toccare il granito per poi puntare alla sosta dove l’effetto frigorifero finalmente termina. Per il resto la via fila liscia con noi secondi che, com’è giusto che sia, ce ne infischiamo dei potenziali patemi del capocordata fugati, a dirla tutta, dalla mitragliata di chiodi presente sullo spigolo. Come da programmi rientriamo giusto in tempo per l’ora di Saikebon, formaggio e bresaola svelando così il mistero di giornata: il motivo per cui lo zaino del Walter sembrava un mastodonte obeso. Liberiamo quindi Walter-Sisifo del suo macigno mentre un’altra coppia di scalatori prova a trovarsi un cantuccio nella nostra colonia.

Per l’indomani abbiamo tutti e 5 lo stesso obiettivo: la Federico Giovanni Kurz. Solo che noi tre ce la prendiamo comoda e lasciamo l’altra cordata divertirsi col freddo (parola anomala in quest’estate equatoriale). All’attacco il Walter pensa di fare il furbo e si propone come capocordata pensando di lasciare al sottoscritto il tiro più rognoso ignorando forse che chi ha compilato la relazione deve avere distribuito i gradi sotto effetto di una Gaddite acuta. Fatto sta che si riempie l’imbraco di ferraglia che manco la borsa di Mary Poppins potrebbe contenere e poi inizia la sua lotta col diedro. Però lui è caiano dentro e quel genere di scalata gli è congeniale quasi come per me il chilo di gelato così approda alla sosta senza che dal basso si percepiscano particolari crolli mentali. O forse sarà perchè per la legge del menefreghismo del secondo, chi sta dietro si fa un baffo dei drammi che succedono davanti. Alla seconda lunghezza la musica cambia e alla fine il Walter si porta a casa il tiro più impegnativo della salita levandomi così le castagne dal fuoco mentre lentamente la cordata di testa perde terreno rispetto gli inseguitori. Quando passo davanti c’ho il pepe nel culo (a, a dire il vero, anche qualcosa di più grosso di un semplice granello di pepe): metto il turbo, collego due lunghezze perchè mi pare assurdo fermarmi alla prima sosta e, alla base di quello che dovrebbe essere il tiro più impegnativo, raggiungo la coppia che ci precede. Risolvo la lunghezza pensando che se questo è un VI+ su Selen si potrebbe scomodare l’VIII- e poi sull’ultimo tiro lascio passare il Marco mentre stringo le chiappe perchè il grano di pepe spinge sempre di più. Com’è tradizione nelle caianate che si rispettino, la discesa è sul versante opposto rispetto la salita: vaghiamo per prati ripidi, mi libero del carico in eccesso e poi torniamo sul versante sopra il bivacco per poi scoprire più in basso che i lamponi sanno essere decisamente gustosi.


Cavallo Goloso


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