DIECI PIANI DI MORBIDEZZA – SASSO CAVALLO      

sabato 07 maggio ‘11


Per l’ennesima volta assistiamo allo spettacolo del sole che saluta il pizzo d’Eghen prima di tuffarsi tra le braccia della notte. Potevamo anche essere nella cucina di Luca a sparare cazzate, ma l’idea di passare un sabato tra una miriade di boulderisti non è allettante come rimettere le mani su Dieci Piani e così eccoci ancora sulla traversata al Bietti. A dire il vero non ho completamente abbandonato l’idea che potremmo ripercorrere in salita il canalone di val Cassina, ma preferisco non turbare le certezze di Cece mentre sotto il peso dello zaino affrontiamo il sentiero verso il rifugio.

L’accoglienza al Bietti è sempre ottima: oramai qui siamo di casa e, in questo periodo, l’appuntamento è quasi una prassi. Nonostante ciò, preferisco passare la notte sotto un soffitto di stelle piuttosto che chiudermi nello stanzone: imbacuccato nel caldo sacco a pelo sono presto rapito da Morfeo.

Dobbiamo superare ancora numerosi rimasugli della neve invernale prima di raggiungere la sella da cui parte la val Cassina che superiamo senza grosse difficoltà, aiutati da una coltre nevosa sufficientemente morbida da permettere di non involarsi a folli velocità verso lo sbocco dell’inghiottitoio. Siamo in anticipo rispetto il sole che latita a scaldare la parete del Cavallo. Decidiamo allora di attendere pazientemente che il disco giallo illumini la nostra parete ma alla fine, vinti dall’estenuante lentezza con cui l’ombra abbandona il ripido prato alla base delle rocce, decidiamo comunque di dare il via al nostro terzo tentativo rispettando lo stesso ordine delle volte precedenti: i tiri dispari a Cece, i pari al sottoscritto.

La roccia è ancora piuttosto fredda e le prime due lunghezze vengono affrontate con l’intento di alzarci più rapidamente da terra: le modalità d’approccio non aiutano certo le mie perplessità sulla riuscita del nostro tentativo ma già al terzo tiro inizio a vedere il bicchiere mezzo pieno. Cece affronta infatti la lunghezza in arrampicata libera, eccezion fatta per un passo; la sensazione positiva viene poi confermata dall’artificiale del tiro successivo: sebbene per l’ennesima volta mi scontro con la chiodatura non proprio vicinissima, riesco comunque ad arpionare gli spit senza ricorrere a canne da pesca o a trucchi furbeschi.

E poi giungiamo alla fatidica lunghezza del traverso: toccherebbe al sottoscritto salire da primo ma come potrei riuscire a resistere alla supplichevole richiesta del mio compagno che si offre di salire da capocordata? Così gli cedo le corde e lo saluto. Cece inizia il traverso: il passo è delicato, ma l’avevamo già superato la volta precedente e, anche grazie al cordone, riesce a passare indenne raggiungendo così il tratto che aveva decretato la fine del nostro ultimo tentativo. La placca che Cece ha davanti a sé è estremamente compatta, lo osservo studiare la roccia e poi parte, non nella direzione sbagliata ma verso l’alto, verso lo spit successivo. Tutto è come momentaneamente sospeso; non dico nulla: non voglio rompere l’incantesimo. Gli occhi sono puntati verso il capocordata. Poi finalmente i dubbi iniziano a fugare, sento sotto i polpastrelli la roccia dei tiri successivi: Cece è in sosta! Davanti a noi solo un’altra lunghezza dura e poi non dovremo più risalire il maledetto canale. Ma prima devo evitare di schiantarmi sui primi passi del traverso. Non uso il cordone: voglio provare la libera estrema. Schiaccio tutto il mio peso da semi-denutrito sulla scarpa ed esco dalle difficoltà: ho almeno la certezza di raggiungere la sosta terminale della sesta lunghezza, ma mi manca l’ultima fatidica placca. Prendo un verticale e poi un buchetto con la sinistra; veloce cambio mano e la sinistra afferra una piccola tacca. Poi alzo i piedi e vado: sono fuori! Sotto di noi ci sono i primi sei tiri di dieci piani, sopra i restanti quattro.

È il mio turno. Lascio la sosta con una certa apprensione: sul tiro circolano voci poco rassicuranti circa la distanza tra le protezioni ma oramai sono in ballo. Raggiungo il primo spit: almeno evito di precipitare sull’incolpevole Cece; e poi la prassi: un traverso diagonale. Le scarpe sono incollate alla roccia che ha un grip eccezionale. L’arrampicata è impegnativa e la roccia incredibile: compattissima, con tacche e rigole di wendeniana memoria. Ma sono sul mitico Cavallo, a un tiro di schioppo da casa. Salgo accorto ma continuo a procedere. Gli spit sono lunghi ma forse il bello sta anche in quello. Unico, spettacolare! Sono in cima a quello che forse è il più bel tiro del lecchese e forse anche oltre e siamo solo a tre piani dalla cima. Sento già la via in tasca: in fondo, mi pare di ricordare, le ultime lunghezze sono decisamente più facili, ma d’altro canto devo mantenere la concentrazione almeno fino a quando sopra di me ci sarà solo l’azzurro del cielo.

Cece riprende la scalata. Ottavo piano. Sale guardingo e finalmente arriva alla sosta. Lo seguo: la lunghezza non è poi così banale, ma non dico nulla, forse è un connubio tra stanchezza e tensione che è venuta un po’ meno ma alla fine la nostra lenta ascensore si ferma all’inizio del nono piano. Ne mancano due: li salirò uno dietro l’altro anche perchè si è alzato un vento patagonico, ideale per dare un ulteriore tocco d’avventura alla salita. Lascio la sosta e sono subito sul duro; mi stupisco non poco: ma non doveva essere 6a? Questa via non molla mai! Il Cavallo (il Sasso) sa difendersi e anche molto bene e mi blocca su un passo in traverso con lo spit che luccica sotto i piedi. Ma anche l’altro Cavallo (quello Goloso) non è da meno; cocciuto come un mulo, prova il passo e alla fine ha la meglio. Ma manca ancora tanto alla sosta: salgo lentamente e alla fine sono fuori. Dieci piani finalmente è sotto di me. È un sogno, è semplicemente fantastico: quando agli inizi guardavo la sua presentazione sul libretto delle Grigne ero certo che su quella roccia non avrei mai messo piede. E invece oggi l’ho accarezzata a lungo, l’ho osservata, ne ho letto le asperità, ho interpretato le sue debolezze e alla fine sono qui sulla cima del Cavallo che vado avanti e indietro per cercare la migliore posizione per la macchina fotografica.

Abbiamo solo un altro problema: una scarpa di Cece è volata giù dalla parete proprio all’ultima sosta. Dovrà affrontare la discesa con un piede scalzo o con una scarpetta d’arrampicata lungo le lingue nevose. Poi al Bietti il rifugista gli offre un paio di ciabatte, salvaguardando così la pianta del suo piede. Ma del resto, se noi porteremo tanti ricordi della parete, il Cavallo ne ha voluto uno nostro. Forse teme di non rivederci, senza sapere che la nostra mente non si da pace: altri obiettivi sorgono all’orizzonte mentre il sole cala lentamente verso occidente.


Cavallo Goloso


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sabato 03 ottobre '09


E il Sasso Cavallo respinge ancora una volta il Cavallo Goloso, pur concedendo ai due scalpitanti bipedi cinque tiri di sicura soddisfazione per una roccia stratosferica e l'aggiunta di un aleatorio traverso. Poi il Cavallo (la montagna) ci oppone la sua invalicabile barriera quando la lunghezza riprende a salire sulla verticale. I motivi della disfatta potrebbero riempire le pagine di un librone dalle dimensioni ciclopiche: ho dimenticato la magnesite, quelle nuvole sulla Grignetta non promettono nulla di buono, il grip non è dei migliori, oggi non è giornata; ma la pura e semplice realtà è che per salire quella lunga successione di passi d'aderenza, bisogna sapere scalare!


Qualche dubbio sulla riuscita della salita mi sorge già durante l'avvicinamento al rifugio Bietti del venerdì sera, mentre la luce delle frontali rischiara una notte illuminata dalla luna piena: un po' ci stiamo rammollendo, preferendo ad una sveglia ad orari improponibili la calda accoglienza del rifugio che guarda il panettone della nord del Sasso. Forse stiamo sentendo l'influenza degli FF che ci porta ad abbandonare lo stile da “puri” e “duri” alpinisti per lasciarci cullare da alcune piccole comodità.

In effetti la mattina del sabato siamo superati da due cavalli che puntano a Cavallo Pazzo che sale sulla sud del Sasso Cavallo: per dirla a breve, la zona sembra più un maneggio che non un'area idonea alla caccia del camoscio!

Lasciati gli altri alpinisti (loro veri, noi un po' meno) al loro destino, cominciamo la salita della nostra via. L'ordine è lo stesso della volta precedente: i tiri dispari attendono Cece, mentre i pari mi vedranno nella conduzione della cordata. Non lesiniamo al “ciapa e tira” sui passi più duri mentre dove possibile ci crogioliamo sulle incredibili placche che caratterizzano questa porzione di parete.

Raggiungiamo così il tiro di 8a che al precedente tentativo ci aveva impegnato non poco: memori delle fatiche, questa volta abbiamo preventivamente approntato un rinvio rigido che ci torna decisamente utile. Certo, se avessimo potuto usare una canna da pesca sarebbe stato sicuramente tutto più semplice, ma sarebbe stata una precipitosa caduta di stile e l'etica avrebbe gridato allo scandalo. Rapidamente (per quanto possibile) supero quindi la lunghezza e con altrettanta velocità Cece raggiunge la sosta successiva. Ci troviamo così al fatidico sesto tiro: questa volta provo ad attraversare il traverso e, solo dopo alcuni tentativi, trovo lo spalmo giusto che mi permette di superare il tratto più delicato. Ma quando la lunghezza torna a farsi verticale, proprio non riesco a proseguire e quindi, dopo aver provato ed esaurito le diverse soluzioni offertemi dalla roccia, ritorno alla sosta, lasciando la conduzione a Cece. Anche lui tenta più volte, ma deve arrendersi all'evidenza: non siamo in grado di procedere e quindi non ci resta che buttare le doppie per poi arrancare ancora una volta lungo la Val Cassina con la coda tra le gambe.


Cavallo Goloso


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